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**ESORDIO PER LA NUOVA IMU, IL 16 GIUGNO ALLA CASSA. Da IDEANDO.

7 giugno 2020

 

Da IDEANDO

**ESORDIO PER LA NUOVA IMU, IL 16 GIUGNO ALLA CASSA. I COMUNI POSSONO MANTENERE LE MAGGIORAZIONI**

(La Repubblica)

Esordio il 16 giugno per la “nuova Imu”, dopo l’abolizione della Tasi. Non c’è però alcuno sconto perché l’aliquota di base è stata aumentata di un punto proprio per assorbire l’imposta cancellata, e in più per quest’anno i Comuni potranno mantenere tutte le maggiorazioni del passato, e la rata di acconto deve risultare esattamente pari alla metà di quanto pagato, nel 2019, sommando Imu e Tasi.

A causa della crisi del turismo dovuta al lockdown, in compenso, non dovranno versare l’acconto i proprietari di appartamenti destinati ad affitti brevi e stagionali.

**Prima casa sempre esente**

Per l’applicazione dell’imposta sono comunque confermate tutte le regole del passato: sempre esente la prima casa, vale a dire l’immobile nel quale il proprietario abita ed è anagraficamente residente. Non conta il numero delle case possedute ma solo il rispetto dell’uso diretto. Quindi chi ha comprato una casa con le agevolazioni prima casa deve comunque pagare l’imposta fintanto che non ci va ad abitare.

**Altre case che non pagano**

Sono assimilate a prima casa, e quindi esenti, anche le abitazioni del personale delle Forze armate anche se non residenti, gli appartamenti degli anziani trasferiti in casa di cura, purché non dati in locazione. Sono poi equiparate a prima casa le case assegnate dal giudice all’ex coniuge o al genitore affidatario, per cui il proprietario, anche se non ci abita, non deve versare l’imposta.

**Sconti per comodato e locazioni agevolate**

In vigore anche la riduzione del 50% per le case in comodato a genitori e figli, e quella del 25% per le case date in locazione a canone concordato. In tutti i casi chi è tenuto a pagare per fare il calcolo deve considerare solo la quota di Tasi versata come proprietario e non l’importo eventualmente dovuto dall’inquilino.

**Via l’acconto per le case vacanze**

Grazie al Decreto Rilancio, invece, non dovranno versare la rata di acconto i proprietari di case vacanze, b&b, appartamenti destinati alle locazioni stagionali o agli affitti brevi. Insieme allo stop alla rata per le strutture turistiche, infatti, il governo ha deciso di venire incontro anche ai privati che gestiscono queste strutture. Unico vincolo che sia il proprietario ad occuparsi direttamente dell’appartamento. Stessa esenzione anche per chi gestisce campeggi.

**Rinvio per chi ha comprato quest’anno**

Anche la nuova Imu è dovuta per anni solari in ragione dei mesi di possesso, considerando per intero il mese nel quale il possesso si è protratto per almeno 15 giorni. Però, come si legge in una nota del Ministero dell’economia, chi ha comprato casa nel 2020 può evitare la prima rata e versare direttamente tutto a saldo.

**Case ereditate**

Lo stesso principio si applica a chi in questi mesi è diventato proprietario di una casa per eredità. Nulla è dovuto in quanto l’anno scorso la casa non si possedeva. A proposito di case ereditate, comunque, val la pena di ricordare che quando si tratta della ex casa di famiglia abitata dal coniuge superstite l’Imu non è mai dovuta.

In questo caso, infatti, è previsto il diritto di abitazione sull’immobile, a prescindere dal fatto che ci siano anche altri eredi. Quindi l’ex coniuge non paga in quanto proprietario residente, e gli altri eredi sono equiparati ai nudi proprietari per cui non debbono versare nulla.

Roma, 7 giugno 2020

Recovery Fund da Massimo Marnetto

7 giugno 2020

Volete i soldi dall’Europa? Ve li diamo, ma programmate riforme per spenderli bene e non chiederli di nuovo.

In sintesi, è questa la formula con cui si è trovato un compromesso sul Recovery Fund, per far arrivare molti euro-miliardi all’Italia. Ma non saranno soldi “facili”, visto che verranno concessi a fronte di un serio piano di riforme strutturali, che la UE vuole  verificare man mano che si realizzeranno, pronta a bloccare l’erogazione delle rate successive, se ravvisa ritardi nelle scadenze precedenti.

 

Per me, queste “condizionalità” valgono più dei soldi.

 

Perché solo sotto una forte motivazione economica esogena, la nostra politica domestica potrà uscire dalla mentalità dell’emergenza con cui ha operato per decenni e approdare a disegni più lungimiranti di trasformazione sociale. Detto meglio, più forte delle lobby nazionali avvinghiate alle rendite da immobilismo, c’è solo l’enorme pressione straordinaria dell’Europa. Che pretende maggiore efficienza delle istituzioni (giustizia veloce, lotta all’evasione, riduzione dell’uso di combustibili fossili, ecc.). Così, anche i politici più riluttanti per l’impopolarità dei cambiamenti senza effetti immediati, potranno schermarsi dietro alla “severità” europea e non pagare il calo di consenso. Che ha sempre punito chi si allontanava dalla perversa aspettativa del poco-maledetto-e-subito (taglio tasse, condoni, rottamazioni, ecc.).

 

Massimo Marnetto

Dalla Giunta per le Immunità del Senato parere negativo per l’avvio d’indagine su Salvini, per il caso Open Arms. 

27 maggio 2020

Da Massimo Marnetto

Quello che colpisce in questa vicenda non è la tattica di Italia Viva o di altri, ma la natura di questo filtro politico. Che da tutela dei parlamentari contro l’indebita “persecuzione” giudiziaria è diventato un privilegio talmente arbitrario, da umiliare il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La Giunta, infatti, quando si esprime non ha ancora a disposizioni le risultanze di un’inchiesta compiuta, perché questa non può avviarsi senza la sua autorizzazione. Ma questa penuria di elementi fornisce un alibi formidabile ai colleghi dell’accusato, per rifugiarsi nel garantismo consociativo “a buon rendere”. Ovvero: oggi io salvo te, domani mi ricambi il favore.

d è proprio dalla torsione di questa tutela in privilegio che nasce l’esigenza di modificarne la funzione. Magari spostando la richiesta di parere della Giunta a valle delle indagini compiute, in modo da fornire ai suoi membri gli stessi accertamenti, che di solito si sottopongono al giudice delle indagini preliminari, per capire se quanto raccolto meriti un processo o meno. Cioè, nel caso in questione, se c’è il “fumus persecutionis” o se invece l’onorevole abbia abusato del suo ruolo. Questa modifica non solo renderebbe più consapevole il giudizio della Giunta, ma lancerebbe un messaggio importante di rinnovamento sociale: se vogliamo sconfiggere i furbi, dobbiamo iniziare dall’alto.

 

 

 

Il Ministero degli Esteri avvii una profonda revisione delle missioni umanitarie

11 maggio 2020

Da Massimo Marnetto

Viva: questo è il significato del nome arabo Aisha, che Silvia ha scelto dopo la sua conversione all’Islam “senza costrizioni”. Una doccia fredda per chi fa del cristianesimo un culto identitario, quasi che della cooperante ci avessero restituito il corpo e si fossero tenuti l’anima. Così la festa del rientro per alcuni si è trasformata in una gioia mutilata.

Per me, la sua conversione sono affari suoi. Mentre è di interesse generale la professionalità delle Associazioni umanitarie. Che si misura dall’indice di sicurezza che predispongono per i loro cooperanti.

E quindi aspetto di sapere se e quali precauzioni aveva adottato la Onlus Africa Milele, quando ha inviato Silvia nel villaggio somalo; e se ci sono altri volontari esposti al sequestro nelle stesse zone o in altre aree ad alto rischio nel mondo. Adesso, infatti, i nostri operatori sono più in pericolo, perché “l’Italia paga”. Meglio che il Ministero degli Esteri avvii una profonda revisione delle missioni umanitarie, per verificare nei progetti in corso l’esistenza di misure adeguate per prevenire altri rapimenti e imporle, se insufficienti. Fino a interrompere quelle che non fosse possibile svolgere in sicurezza. Altrimenti, prepariamoci al prossimo caso.

 

 

Mi son sentito…di Paolo Marnetto

14 marzo 2020

Mi son sentito…

In questo periodo di epidemia,

mi son sentito un nero in Alabama, quando nei bus  tutti si scansavano da me per paura del contagio.

Mi son sentito un ebreo nel fascismo, quando – da un giorno all’altro – mi è stato impedito di frequentare la scuola.

Mi son sentito un palestinese di Gaza, quando il mio borgo è stato chiuso in una “zona rossa” da cui non si poteva uscire.

Mi son sentito uno sfollato siriano, nelle lunghe file per prendere il cibo.

Quando tutto questo finirà, sarò diverso: più nero, ebreo, palestinese, sfollato.

Più uomo.

(Massimo Marnetto)

Consulta Regionale per la Salute Mentale del Lazio

27 febbraio 2020

Una buona notizia. Il 25 febbraio, dopo quasi 3 anni, è stata convocata la Consulta Regionale per la Salute Mentale del Lazio per l’elezione del Presidente. È stata eletta Presidente la dott.ssa Daniela Pezzi, unica candidata, con 12 voti su 14. Oltre ai 3 esperti nominati dalla Regione: Vincenzina Ancona, Tonino Cantelmi e Rosanna Di Giulio, compongono la nuova Consulta:Consulta

  • per le ASSOCIAZIONI DEI FAMILIARI:

o  Associazione Familiari e Sostenitori Sofferenti Psichici della Tuscia (A.f.e.SO.psi.t)

o  Associazione Regionale per la Salute Mentale – (A.RE.SA.M.)

o  Associazione Finalmente Libera

o  Associazione Spazio Disponibile

o  Associazione per la Riforma dell’Assistenza Psichiatrica (ARAP)

  • – per le ASSOCIAZIONI UTENTI:

o  Associazione INSIEME CON TE

o  Associazione Progetto Itaca Roma

  • – per gli ORGANISMI DI VOLONTARIATO E PER LA TUTELA DEI DIRITTI:

o  ACLI Frosinone

o  Comunità di Sant’Egidio ACAP

o  Fondazione Caritas Roma

  • – per le SOCIETÀ SCIENTIFICHE:

o  Associazione per la Ricerca e la Formazione nelle Scienze Neuro-Psico-Sociali (A.R.F.N.)

o  Società Italiana per la Formazione in Psichiatria (S.I.F.I.P.)

o  Società Italiana di Psichiatria SIP Lazio

Ricevuto da Spazio disponibile

Rappresentante delle Associazioni di Familiari nella Consulta Regionale per la Salute Mentale – Lazio

Referente Area Salute Mentale nel Tavolo Misto Permanente per la Partecipazione della ASL Roma 1

Aderente ad ARAS – “Associazioni in Rete per l’Amministrazione di Sostegno”
Socio dell’A.T.S. “OFFICINA VERDE SOLIDALE”

 

La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle” e ora Le Sardine

28 gennaio 2020

da Massimo Marnetto

Luigi Manconi nel suo articolo su la Repubblica, “Sardine, l’arte del congedo”, elogia il loro apporto definendolo  “…una politica come bene strettamente necessario, che, a differenza di molte altre esperienze del passato, non è destinata a produrre leader autoritari o soi disant carismatici, élite chiuse, apparati settari, discipline e scissioni. È stato questo il mesto destino di movimenti quali, tra gli altri, La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle”.

Non sono d’accordo con Manconi.

Ho dato il mio contributo ai Girotondi e non ho visto “élite chiuse o apparati settari”, ma partecipazione diffusa e spontanea da proto-Sardine. Non c’era nemmeno “un leader autoritario né sedicente carismatico”, visto che Nanni Moretti – l’esponente più conosciuto di quella stagione – ha sempre rifiutato quel ruolo ed è tornato al suo lavoro dopo essersi esposto unicamente per dovere civile, in un periodo di montante berlusconismo verso il quale il più grande partito di sinistra non riusciva a dire “cose di sinistra”. Mi dispiace che Manconi, di solito accurato nelle analisi, abbia addensato in una “marmellata di movimenti”, realtà invece molto diverse per cause, fasi ed evoluzioni.

Mio commento: Sono scesa in piazza con tutti, salvo l’ultimo, che ho però seguito dai primi contatti in rete. Sono stati e sono il tentativo di offrire ruolo e spazio a chi per scelta o perchè respinto, non trova spazio e ruolo nei partiti, questi sì monopolizzati da èlite e apparati settari. Anche io dissento dall’articolo di Luigi Manconi e offro la mia testimonianza a supporto di quanto scrive Massimo. Ricordo ancora con emozione quando abbiamo fatto un gioioso girotondo intorno al MIUR e l’altro intorno alla RAI. E anche quando ho incontrato Franca Rame al Teatro Vittoria. Eletta senatrice si dimise.

 

Da Massimo Marnetto “Sublimi anatomie” Palazzo delle Esposizioni- Roma

26 dicembre 2019

“Sublimi anatomie” (Palazzo delle Esposizioni) è una mostra dall’effetto sdoppiante. Le “ceroplastiche” sette-ottocentesche che riproducono corpi decorticati, sezionati, aperti mi ricordano quanto io – benché osservatore – sia una carcassa simile a quelle che sto osservando. Penso che dentro ai miei jeans si muovono gli stessi muscoli rossi della gamba riprodotti con una verosimiglianza incredibile, con vasi sanguigni bruni, che avvolgono candide ossa. Andando avanti nella sala mi colpisce la ceroplastica di un volto senza derma, con tutti i suoi muscoli, che sembrano tiranti per far sollevare il sipario della bocca, tirare le guance verso le orecchie per ridere, corrucciare le sopracciglia, aggrottare la fronte e di lato i potenti pistoni dei muscoli delle mascelle. La mano poi è sensazionale con il suo intrico di tendini: uno strumento di precisione ad altissima ingegneria.

La storia dell’anatomia procede con grande esitazione. C’è un senso di profanazione atavico, che preclude la dissezione di un corpo e ne protegge l’integrità per secoli, con specifici divieti. Che vengono aggirati da medici, ma poi soprattutto da artisti. Come nel Rinascimento, quando la spinta ad enfatizzare la fisicità delle masse corporee, spinge pittori e scultori a procurarsi cadaveri da aprire e studiare, per lo più tra i derelitti morti nelle carceri. La medicina ufficiale però non può battere queste vie illegali e così i ritrattisti entrano nelle sale mortuarie per disegnare le prime tavole anatomiche, a vantaggio dell’apprendimento medico. Il passo al tridimensionale è rapidissimo con le prodigiose  “ceroplastiche”, così accurate, che vengono ordinate dalle corti di Vienna e di altre nazioni. E lo stesso Napoleone ne rimane colpito.

Con i raggi X,  si entra finalmente in un corpo vivo. Nella riproduzione esposta della prima immagine – eseguita a New York a fine ‘800 – si vedono sagoma e ombre ossee di una donna, con ancora la sua collana indosso. All’uscita, mi sento frastornato da tanta esplicita materialità, che mi riguarda così intensamente. E mi sembra miracoloso che da ossa, muscoli e sangue, possa nascere il pensiero. Cerco di rinobilitarmi dopo il bagno di fisicità anatomica con questa riflessione. Ma non ci riesco più di tanto. E andando a casa, mi sento un manzo perplesso.

Massimo Marnetto

 

Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene fanno sperare

22 dicembre 2019

La società intossicata e l’antidoto al disfacimento

Marco Revelli sul Manifesto dell’8 dicembre 2019

Fermare la caduta. Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene di queste settimane esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica

Il declino della società, il suicidio della politica. Sono i due ingredienti di base del populismo di ultima generazione: quello che potremmo definire il turbopopulismo. Il Censis, con il suo ultimo Rapporto, nel certificarli, ha dato carne e sangue alle sensazioni desolate che quotidianamente ci affliggono nel guardarci intorno. E anche parole: «Furore», «Solitudine», «Incertezza», «Tradimento», «Ansia», «Sfiducia», quelli che sembrerebbero i lemmi di un discorso quasi terminale. È una fotografia pressoché perfetta dello stato d’animo del Paese. Ma è il filmato che vi sta dietro, la ricostruzione del percorso decennale con cui si è arrivati qui, la parte più interessante (e inquietante).

I commenti prevalenti si sono fermati ad alcune cifre di per sé impressionanti: quel 48% che desidera «un uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di Parlamento e elezioni»; quel 69% per cui il sentimento prevalente di fronte al futuro è l’incertezza; quel misero 13% a cui si sono ridotti gli «ottimisti»; quel 74% che nell’ultimo anno «si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso»…

Il Rapporto, però, aggiunge a tutto questo un racconto, che assomiglia molto a un brutto sogno, di quelli in cui sfuggiti a una minaccia se ne trova subito di fronte una peggiore, in una fuga senza fine: narra di come l’italiano medio sfuggito a fatica al «mulinello della crisi» nella sua fase più feroce, ha dovuto fronteggiare (e metabolizzare) «la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare» in deficit di sostenibilità introiettando l’ansia «di dover fare da soli» per far fronte a bisogni individuali e famigliari «non più coperti come in passato». E scoprendo da una parte che neppure i mezzi privati tradizionali, i Bot, il mattone, il risparmio affidato alla Banca come garante di futuro erano più sicuri, anzi diventavano essi stessi minaccia nel tempo in cui la corsa al benessere era finita e l’ascensore sociale aveva invertito la sua corsa, portando in basso ceto medio e classi lavoratrici.

Né tutto questo è bastato. Non è stato sufficiente dismettere i panni vecchi del precedente sistema sociale di mercato per indossare quelli casual dell’individualismo possessivo diventato dogma postmoderno, «contando solo sulle proprie forze», mettendo «in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro», imparando un’arte di arrangiarsi più di sopravvivenza che creativa e tuttavia per molti aspetti efficace («una formidabile espressione di resilienza opportunistica e mobile» è definita). Non è bastato perché dietro quella porta stretta li aspettava un’ultima beffa, il «Grande Tradimento» costituito dal più recente «attacco a freddo proprio contro quelle soluzioni individuali di vitale reazione – di Furore, si direbbe – alle avversità»: la scure fiscale agitata sulle teste della miriade di sopravviventi a fatica, la caccia al cash, fin nelle cassette di sicurezza, la guerra al «nero di sopravvivenza», la stigmatizzazione del contante…

E poi, per il lavoro dipendente, l’altra grande beffa: la bufala della ripresa dell’occupazione dopo la grande paura. I numeri ci dicono che a fronte di una stabilizzazione occupazionale formale, sulla carta, la realtà è fatta di riduzione netta del monte ore e di declassamento, moltiplicazione di part-time (cresciuti di 1,2 milioni, quasi tutti involontari), distruzione di reddito per i salari e di qualità per il lavoro («8 operai su 10 in Italia ricevono una remunerazione inferiore a quella che sarà presumibilmente il livello base della retribuzione stabilita per legge»).

A conti fatti, conclude il Rapporto, «l’input di lavoro si riduce di 959.000 unità e parallelamente il volume di ore effettivamente lavorate diminuisce di oltre 2,3 miliardi» (avete letto bene: miliardi!).

Si spiegano così, con questa Storia, alcuni dei dati più inquietanti: quel circa 75% di italiani che non nutrono «fiducia nei confronti degli altri», quasi uniformemente distribuiti lungo la piramide sociale (con solo un calo significativo per imprenditori e assimilati). Quel quasi 40% che prevede un futuro «peggiore» per i propri figli. Infine i dati relativi al rapporto con la politica, soprattutto se scomposti per classi sociali: il 48% che vorrebbe affidarsi all’«uomo forte», sale al 54% per i redditi bassi e al 67% per gli operai. I quali sono anche quelli che fanno segnare la percentuale maggiore per sfiducia nei partiti (81% contro una media del 76%), scontentezza nei confronti del funzionamento della democrazia (55% contro il 34% tra manager e quadri) e disinteresse per la discussione politica (solo il 17% «quando si incontra con altri» ne parla, contro il 23% per gli impiegati e il 38% per i manager). Si direbbe una inversione di centottanta gradi di quella che un tempo di chiamava «coscienza di classe» e che misura, in termini di soggettività quello che le statistiche sociali certificano in termini di materialità: la dimensione di una sconfitta storica del lavoro, ben descritta a suo tempo da Luciano Gallino in quel fondamentale libro che è La lotta di classe dopo la lotta di classe. Sconfitta del lavoro da cui – la storia del ‘900 lo dimostra – sono derivate le grandi vittorie della destra e le peggiori dittature della modernità. E che segna tuttora il perimetro dell’area sociale in cui pesca il consenso della Lega salviniana, versione weimariana dell’antico populismo regionale bossiano.

Per questo sono così importanti le piazze piene di queste settimane. E sono così deprecabili gli atteggiamenti di sospetto, diffidenza o distanza che parti, sia pur minoritarie, della sinistra coltivano. Sono importanti perché esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica, materializzando un corpo sociale che non si arrende alle patologie dell’asocialità. Reazioni di un sistema immunitario non ancora collassato. Non sono, certo, l’antidoto totale. Il farmaco in grado di debellare l’intossicazione che avvelena la politica a partire dalla società: per far questo occorrerebbe invertire il piano inclinato su cui sono scivolate le classi che stanno sulla base della piramide. E produrre un radicale cambio di paradigma, che a individualismo e solitudine sostituisca socialità e giustizia sociale. Ma sono paragonabili ai «muretti di pietra a secco» di cui parla il Censis. O a una sesta «piastra», oltre alle cinque che il Rapporto elenca (tenuta del manifatturiero, regioni forti, sensibilità al problema del clima, rimessa in circuito del risparmio, Europa) per frenare la discesa verso il basso (e l’abisso). Forse la piastra più forte, a guardare quelle folle fitte come sardine

 

 

 

McKinsey: ecco cosa impedisce a 1 mln di donne di diventare manager

28 novembre 2019

FORTUNE Italia  16 Ottobre 2019

McKinsey: ecco cosa impedisce a 1 mln di donne di diventare manager

Carlotta Balena

Altro che soffitto di cristallo. La carriera di una donna “inciampa” ben prima di poter arrivare alle stanze più in alto del grattacielo. Secondo una ricerca di McKinsey e Lean In, infatti, c’è un collo di bottiglia che impedisce alle donne di progredire sul posto di lavoro, e si trova all’ingresso di quello che in inglese si chiama C-suite, cioè il ruolo dirigenziale. Per ogni 100 uomini, solo 72 donne vengono promosse al primo step da manager: pertanto, le donne ricoprono solo il 38% dei posti dirigenziali di base; la maggior parte resta bloccata in ruoli entry-level e solo in poche arrivano a competere con gli uomini per posizioni “senior”.

“Finché non si aggiusta il primo gradino della scala, le donne faranno sempre fatica a raggiungere l’uguaglianza, se mai ci arriveranno” scrive il report “Women in the Workplace 2019”, arrivato 5 anni dopo la sua prima edizione, e realizzato da  McKinsey & Company e dall’organizzazione Lean In, fondata dall’attuale direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg, dall’omonimo libro scritto dall’imprenditrice per spingere le donne a “farsi avanti” (lean in, appunto). Il campione preso in considerazione è di oltre 68 mila lavoratori in 329 grandi aziende (che impiegano totalmente 13 milioni di persone). Qualora si riuscisse a rompere l’argine che impedisce l’accesso di una donna al suo ruolo dirigenziale – calcola il report – nei prossimi cinque anni si avrebbe un milione di donne manager in più. 

Dunque, il problema non è il soffitto di cristallo, anzi: secondo i dati, in America non ci sono mai state così tante donne ai ruoli dirigenziali come oggi. Sempre una minoranza, per carità: è donna il 21% dei top manager contro il 79% degli uomini. Ma questo non è il problema più grande. Secondo McKinsey e Lean In l’ostacolo è proprio all’entrata del mondo dirigenziale, che accoglie molti più uomini rispetto alle donne: un “trend” che poi si mantiene per tutti gli altri gradi. Ecco allora il problema: le presenze femminili diminuiscono proporzionalmente quanto più in alto si sale con le posizioni. “Il numero di donne scende a ogni livello successivo al primo – dice il co-founder di Leanin.org, Rachel Thomas – quindi anche se registriamo più manager donna ai livelli senior, la parità in generale è ancora lontanissima. Semplicemente, le donne che vanno avanti sono ancora troppo poche”.

Il gap nelle promozioni si allarga quando i ricercatori mettono sotto la lente di ingrandimento le donne latine e afroamericane: per ogni 100 uomini promossi a dirigenti, accedono solo 58 donne afroamericane e 68 latine. Del problema non c’è grande consapevolezza: chiedendo quale sia il più grande innesco alla parità di genere, solo 19% dei capi delle risorse umane risponde la promozione di donne al primo livello dirigenziale. Il report di McKinsey e Lean In suggerisce alcune soluzioni da adottare per bilanciare il gender gap: definire una quota per il numero di donne da promuovere per al primo livello di manager, far sì che chi si occupa delle assunzioni sia scevro da pregiudizi, stabilire un processo di assunzione e promozione chiaro e trasparente. Inoltre, è importante permettere alle donne di fare quelle esperienze di formazione che permettano loro di arrivare preparate a ricoprire fuori di alto profilo e responsabilità.

Colmare il gender gap nelle aziende non è solo giusto eticamente, ma è anche più redditizio sotto il profilo economico. Avere più donne significa avvalersi di talenti che oggi restano tagliati fuori semplicemente sulla base di criteri legati al genere. Secondo il Wall Street Journal, se nella forza lavoro statunitense ci fossero tante donne quanti uomini, si avrebbe un apporto di 4,3 trilioni di dollari all’economia americana da qui al 2025, con una maggiore stabilità finanziaria per molte famiglie. E molta più civiltà.