Archive for the ‘Crisi poitica’ Category

La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle” e ora Le Sardine

28 gennaio 2020

da Massimo Marnetto

Luigi Manconi nel suo articolo su la Repubblica, “Sardine, l’arte del congedo”, elogia il loro apporto definendolo  “…una politica come bene strettamente necessario, che, a differenza di molte altre esperienze del passato, non è destinata a produrre leader autoritari o soi disant carismatici, élite chiuse, apparati settari, discipline e scissioni. È stato questo il mesto destino di movimenti quali, tra gli altri, La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle”.

Non sono d’accordo con Manconi.

Ho dato il mio contributo ai Girotondi e non ho visto “élite chiuse o apparati settari”, ma partecipazione diffusa e spontanea da proto-Sardine. Non c’era nemmeno “un leader autoritario né sedicente carismatico”, visto che Nanni Moretti – l’esponente più conosciuto di quella stagione – ha sempre rifiutato quel ruolo ed è tornato al suo lavoro dopo essersi esposto unicamente per dovere civile, in un periodo di montante berlusconismo verso il quale il più grande partito di sinistra non riusciva a dire “cose di sinistra”. Mi dispiace che Manconi, di solito accurato nelle analisi, abbia addensato in una “marmellata di movimenti”, realtà invece molto diverse per cause, fasi ed evoluzioni.

Mio commento: Sono scesa in piazza con tutti, salvo l’ultimo, che ho però seguito dai primi contatti in rete. Sono stati e sono il tentativo di offrire ruolo e spazio a chi per scelta o perchè respinto, non trova spazio e ruolo nei partiti, questi sì monopolizzati da èlite e apparati settari. Anche io dissento dall’articolo di Luigi Manconi e offro la mia testimonianza a supporto di quanto scrive Massimo. Ricordo ancora con emozione quando abbiamo fatto un gioioso girotondo intorno al MIUR e l’altro intorno alla RAI. E anche quando ho incontrato Franca Rame al Teatro Vittoria. Eletta senatrice si dimise.

 

Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene fanno sperare

22 dicembre 2019

La società intossicata e l’antidoto al disfacimento

Marco Revelli sul Manifesto dell’8 dicembre 2019

Fermare la caduta. Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene di queste settimane esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica

Il declino della società, il suicidio della politica. Sono i due ingredienti di base del populismo di ultima generazione: quello che potremmo definire il turbopopulismo. Il Censis, con il suo ultimo Rapporto, nel certificarli, ha dato carne e sangue alle sensazioni desolate che quotidianamente ci affliggono nel guardarci intorno. E anche parole: «Furore», «Solitudine», «Incertezza», «Tradimento», «Ansia», «Sfiducia», quelli che sembrerebbero i lemmi di un discorso quasi terminale. È una fotografia pressoché perfetta dello stato d’animo del Paese. Ma è il filmato che vi sta dietro, la ricostruzione del percorso decennale con cui si è arrivati qui, la parte più interessante (e inquietante).

I commenti prevalenti si sono fermati ad alcune cifre di per sé impressionanti: quel 48% che desidera «un uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di Parlamento e elezioni»; quel 69% per cui il sentimento prevalente di fronte al futuro è l’incertezza; quel misero 13% a cui si sono ridotti gli «ottimisti»; quel 74% che nell’ultimo anno «si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso»…

Il Rapporto, però, aggiunge a tutto questo un racconto, che assomiglia molto a un brutto sogno, di quelli in cui sfuggiti a una minaccia se ne trova subito di fronte una peggiore, in una fuga senza fine: narra di come l’italiano medio sfuggito a fatica al «mulinello della crisi» nella sua fase più feroce, ha dovuto fronteggiare (e metabolizzare) «la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare» in deficit di sostenibilità introiettando l’ansia «di dover fare da soli» per far fronte a bisogni individuali e famigliari «non più coperti come in passato». E scoprendo da una parte che neppure i mezzi privati tradizionali, i Bot, il mattone, il risparmio affidato alla Banca come garante di futuro erano più sicuri, anzi diventavano essi stessi minaccia nel tempo in cui la corsa al benessere era finita e l’ascensore sociale aveva invertito la sua corsa, portando in basso ceto medio e classi lavoratrici.

Né tutto questo è bastato. Non è stato sufficiente dismettere i panni vecchi del precedente sistema sociale di mercato per indossare quelli casual dell’individualismo possessivo diventato dogma postmoderno, «contando solo sulle proprie forze», mettendo «in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro», imparando un’arte di arrangiarsi più di sopravvivenza che creativa e tuttavia per molti aspetti efficace («una formidabile espressione di resilienza opportunistica e mobile» è definita). Non è bastato perché dietro quella porta stretta li aspettava un’ultima beffa, il «Grande Tradimento» costituito dal più recente «attacco a freddo proprio contro quelle soluzioni individuali di vitale reazione – di Furore, si direbbe – alle avversità»: la scure fiscale agitata sulle teste della miriade di sopravviventi a fatica, la caccia al cash, fin nelle cassette di sicurezza, la guerra al «nero di sopravvivenza», la stigmatizzazione del contante…

E poi, per il lavoro dipendente, l’altra grande beffa: la bufala della ripresa dell’occupazione dopo la grande paura. I numeri ci dicono che a fronte di una stabilizzazione occupazionale formale, sulla carta, la realtà è fatta di riduzione netta del monte ore e di declassamento, moltiplicazione di part-time (cresciuti di 1,2 milioni, quasi tutti involontari), distruzione di reddito per i salari e di qualità per il lavoro («8 operai su 10 in Italia ricevono una remunerazione inferiore a quella che sarà presumibilmente il livello base della retribuzione stabilita per legge»).

A conti fatti, conclude il Rapporto, «l’input di lavoro si riduce di 959.000 unità e parallelamente il volume di ore effettivamente lavorate diminuisce di oltre 2,3 miliardi» (avete letto bene: miliardi!).

Si spiegano così, con questa Storia, alcuni dei dati più inquietanti: quel circa 75% di italiani che non nutrono «fiducia nei confronti degli altri», quasi uniformemente distribuiti lungo la piramide sociale (con solo un calo significativo per imprenditori e assimilati). Quel quasi 40% che prevede un futuro «peggiore» per i propri figli. Infine i dati relativi al rapporto con la politica, soprattutto se scomposti per classi sociali: il 48% che vorrebbe affidarsi all’«uomo forte», sale al 54% per i redditi bassi e al 67% per gli operai. I quali sono anche quelli che fanno segnare la percentuale maggiore per sfiducia nei partiti (81% contro una media del 76%), scontentezza nei confronti del funzionamento della democrazia (55% contro il 34% tra manager e quadri) e disinteresse per la discussione politica (solo il 17% «quando si incontra con altri» ne parla, contro il 23% per gli impiegati e il 38% per i manager). Si direbbe una inversione di centottanta gradi di quella che un tempo di chiamava «coscienza di classe» e che misura, in termini di soggettività quello che le statistiche sociali certificano in termini di materialità: la dimensione di una sconfitta storica del lavoro, ben descritta a suo tempo da Luciano Gallino in quel fondamentale libro che è La lotta di classe dopo la lotta di classe. Sconfitta del lavoro da cui – la storia del ‘900 lo dimostra – sono derivate le grandi vittorie della destra e le peggiori dittature della modernità. E che segna tuttora il perimetro dell’area sociale in cui pesca il consenso della Lega salviniana, versione weimariana dell’antico populismo regionale bossiano.

Per questo sono così importanti le piazze piene di queste settimane. E sono così deprecabili gli atteggiamenti di sospetto, diffidenza o distanza che parti, sia pur minoritarie, della sinistra coltivano. Sono importanti perché esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica, materializzando un corpo sociale che non si arrende alle patologie dell’asocialità. Reazioni di un sistema immunitario non ancora collassato. Non sono, certo, l’antidoto totale. Il farmaco in grado di debellare l’intossicazione che avvelena la politica a partire dalla società: per far questo occorrerebbe invertire il piano inclinato su cui sono scivolate le classi che stanno sulla base della piramide. E produrre un radicale cambio di paradigma, che a individualismo e solitudine sostituisca socialità e giustizia sociale. Ma sono paragonabili ai «muretti di pietra a secco» di cui parla il Censis. O a una sesta «piastra», oltre alle cinque che il Rapporto elenca (tenuta del manifatturiero, regioni forti, sensibilità al problema del clima, rimessa in circuito del risparmio, Europa) per frenare la discesa verso il basso (e l’abisso). Forse la piastra più forte, a guardare quelle folle fitte come sardine

 

 

 

Le sardine in Piazza San Giovanni, Roma, 14 dicembre,

15 dicembre 2019

Da Massimo Marnettto

Arrivo a San Giovanni un po’ prima delle 15,00. E faccio bene, perché in pochi minuti arriva l’alta marea di giovani con sardine, ma c’è anche una folta rappresentanza di capelli bianchi. “Dove siete stati finora?”, chiede con un sorriso un maturo signore a un gruppetto di giovani, mentre regge il cartello “Roma non abbocca!!!” “Noi in piazza ci andiamo – risponde l’adolescente con una sardina di carta fermata tra i capelli – ma non per i partiti. “Nei venerdì per l’ambiente – rinforza l’amica di colore in perfetto romano – ci siamo sempre andati”.

Cerco il palco, ma dopo un giro su me stesso non lo vedo. Chiedo. “Il palco siamo noi”, mi risponde un ragazzo, poi indica un camion “eccolo là”. C’è musica ritmata, ma sono ormai le 15,20 e non si vede ancora nessuno. I tempi morti tradiscono un po’ d’improvvisazione in un’organizzazione che comunque c’è. Inizia finalmente la presidente dell’Anpi, Carla Nespolo. Ricorda il valore della Costituzione, il prezzo anche della vita “di giovani come voi” che l’ha resa possibile. “La nostra Carta è antifascista!” urla scatenando un boato di applausi. Conclude invitando tutti alla memoria della Resistenza e alla resistenza della memoria. Scatta “Bella ciao” e la piazza è una sola voce. Nel cielo appare l’elicottero della Polizia. “Siamo più di 30 mila”, mi dice un vicino con aria esperta, “altrimenti non facevano il “verticale”.

Il medico Pietro Bàrtolo parla dell’umanità che ha visto e che si rifiuta di denigrare “Li chiamano “flussi”, ma quelle che ho visto io sono persone!” Un giovane attore legge un brano del suo libro, che parla di un uomo salvato e portato nell’ambulatorio di Lampedusa, in preda a spasmi di pianto irrefrenabili. “L’abbiamo dovuto sedare e quando si è calmato, mi ha raccontato che lui era l’unico che sapeva nuotare. Ha tenuto con una mano la moglie, con l’altra il figlio di tre anni, mentre il più piccolo di pochi mesi era su di lui. Ha nuotato a dorso, poi ha sentito che le forze erano finite e le onde erano sempre più alte. Ha dovuto scegliere chi lasciar morire, ma non si decideva. Poi ha iniziato a bere e ha lasciato il figlio di tre anni, sapendo che sarebbe morto. La sua disperazione è che dopo pochi minuti li hanno salvati. Bastava resistere ancora un po’, mi ripeteva intontito dal sedativo, e mio figlio ora sarebbe qui con me”. La piazza rimane muta di dolore. Mi commuovo, non sono il solo. Ma Bàrtolo ci scuote “Dobbiamo rimanere umani! E guardare ai problemi veri. Il dramma non è l’immigrazione, ma l’emigrazione dei nostri giovani! (applausi) Che se ne vanno per colpa nostra! Perché non sappiamo creare una società giusta e con lavoro vero, non precario! (applausi). Mentre saluta, passa un corteo di giovani africani in fila indiana, che taglia la folla pronunciando a ritmo: libertà!-libertà!

Poi parla Luce, una transessuale. E racconta il suo dramma da adolescente emarginata, bullizzata, cacciata di casa. “Ora, aiuto le giovani come me, perché non voglio che soffrano come è capitato a me”

Con il tramonto, arriva il freddo. La gente si copre. Sale sul palco Mattia Santori e urla”ROMAAA!!!!” La risposta della piazza è talmente fragorosa, che sembra quella dei goal della nazionale. Tutti alzano le sagome delle sardine e ondeggiano i cartelli, un trionfo di artigianato politico, realizzato con carta, pennarelli, cartone da imballaggio.

“Oggi – esordisce – la grande notizia è che le Sardine non esistono. Anzi, non sono mai esistite. Perché nelle nostre piazze ci sono persone che credono che un ragionamento valga più di mille like” Elenca richieste esplicite ai politici, tutte convergenti verso il concetto di una politica più seria, con meno marketing e meno odio.

Vengono lette le altre piazze che si sono autoconvocate  in contemporanea in Italia e all’estero (persino a San Francisco) poi finisce tutto con un grande applauso e musica a palla.

Mentre, a fatica, cerco di lasciare San Giovanni, mi viene da chiedermi: e adesso? Poi mi tranquillizzo, pensando che l’entusiasmo della partecipazione è il miglior fertilizzante della democrazia. Forse non subito, ma qualcosa fiorirà.

Massimo Marnetto

“Mappe della disuguaglianza”

23 novembre 2019

Da Massimo Marnetto

Vado ad una discussione sul libro “Mappe della disuguaglianza” (K.Lelo, S.Monni, S.Tomassi, Ed. Donizelli – Postfazione Walter Tocci) con il docente di economia dello sviluppo Salvatore Monni e Walter Tocci, uno dei politici più intelligenti della sinistra. Lo sforzo di questo studio ragionato su Roma è far capire – attraverso mappe colorate da vari indicatori – la situazione della città nelle sue asimmetrie. “Abbiamo scelto le mappe – dice il prof. Monni – perché l’immagine è più potente di una descrizione, anche se non la sostituisce. Non abbiamo dovuto cercare chissà dove i dati, perché quelli ci sono, ma nessuno li elabora. Noi invece abbiamo trattato Roma come si fa con i paese in via di sviluppo, dove non ci si ferma al reddito pro-capite, ma scavando trovi una distribuzione scandalosa delle ricchezza, circoscritta a poche famiglie, mentre il resto della popolazione soffre una miseria stagnante”.

 

Nell’esposizione, mi colpisce non tanto la concentrazione di laureati in centro, ma la componente femminile dei (pochi) laureati nelle periferie. Il riscatto culturale è rosa, ma questo non sana la discriminazione di genere. “Una donna anche se laureata – spiega Manni – con il primo figlio viene spesso espulsa dalla possibilità di mantenere un lavoro già precario e se ce la fa a rientrare dopo lo svezzamento, viene demansionata. Con il secondo figlio e senza asili comunali a prezzi calmierati, resta a casa, perché una baby sitter costa più di quanto può guadagnare”.

 

Nella mappa della popolazione, lo svuotamento del centro è  un vero “buco” bianco di anziani, uffici e B&B, con colorazioni sempre più intese di residenti che aumentano andando verso le periferie. Che benché più abitate soffrono di di servizi più scarsi. Chiedo quanto l’abusivismo abbia complicato la situazione. “Molto – risponde il docente – perché se fai palazzi senza pensarli insieme ai servizi urbani di viabilità, scuole,  pubblica sicurezza ecc., poi hai un territorio sgranato e malservito”.

Chiedo se chi siede in Campidoglio conosca queste analisi e ne faccia uso. “Tranne poche eccezioni, non interessano. Eppure, abbiamo aperto alla consultazione le nostre ricerche sul sito mapperoma.info“.

 

Allora mi rivolgo a Tocci: “Perché questa decadenza della classe politica nazionale e locale?”. “Perché – risponde – si è rotto il raccordo tra intellettuali e popolo, che reggeva il vecchio PCI. Per noi giovani universitari (Tocci è laureato in Fisica e Filosofia) rappresentare gli ultimi, le periferie, i lavoratori significava studiare problemi e soluzioni, ascoltare chi li soffriva andando nelle borgate e poi fare sintesi in proposte di giustizia sociale”. Incalzo: “Ma mancano più gli ideali o la competenza?” Sorride, per la riluttanza a dare voti: “Forse entrambi. La selezione delle nuove classi dirigenti dovrebbe essere più accurata e partire dal volontariato civile. Nelle periferie ci sono esperienze di promozione sociale incredibili, ma se a questi comitati per il decoro, lotta alla povertà, auto-aiuto parli di partiti se ne vanno. Perché non hanno rappresentanza, né fiducia. Le periferie al massimo si frequentano in campagna elettorale, ma poi rimangono marginali per i decisori, anche se non voglio generalizzare”.

 

Siamo non molti, ma l’interesse per il tema ci fa dimenticare che abbiamo chi ci aspetta a cena. Monni ci ringrazia e non si scompone per il numero di presenti non proprio alto. “E’ normale – dice spegnendo il computer – quando si parla di disuguaglianze in periferia facciamo il pienone, con tanti giovani. In centro, ci si deve accontentare di chi è rimasto e ha ancora voglia di capire”.

 

 

Italia Viva si rivolge a un morto: il centro. 

23 settembre 2019

DaMassimo Marnetto

 

Quello che una volta era fatto di persone con caratteristiche precise: conformismo, posto fisso, sacrificio familista, cattolici quanto basta e pasticcini la domenica. Una borghesia mediana che seguiva il flusso, tollerava la corruzione, perché intanto vedeva arrivare in casa la tv e poi la lavatrice, dopo la fatica e gli stenti di un’infanzia di guerra e dittatura. Oggi, i “moderati” del boom sono in via d’estinzione; i loro figli sono genitori in pensione, ultima tutela  sociale per i loro giovani bloccati in casa dal precariato o ridotti ad affetti skype all’estero.

Il “centro” è modernariato politico. La realtà è polarizzata. Proprio in quella destra e sinistra che i grillini (e non solo) negano. Il resto è astensionismo da abbandono per chi è troppo povero o da indifferenza per chi è troppo ricco. In questo quadro, chi – come Renzi – si allontana dalla sinistra non va al centro, ma a destra.

 

 

Ecco i/le 42 Sottosegretari/e del secondo governo Conte, resoconto di Daniela Domenici

13 settembre 2019

via Ecco i/le 42 Sottosegretari/e del secondo governo Conte, resoconto di Daniela Domenici

RO.SI.CO.

8 settembre 2019

Da Massimo Marnetto

Cosa fa scendere in Piazza Monetecitorio la Meloni e Salvini non è chiaro.

Che siano di cattivo umore per essere all’opposizione – soprattutto Salvini – è comprensibile. Ma nessuno può chiamare questo, un “Governo truffa”, perché la sua maggioranza in Parlamento sembra proprio averla. E se le Camere confermeranno questa previsione, vuol dire che i rappresentati della maggioranza degli italiani hanno scelto di dare a questa legislatura una seconda opportunità.

La Meloni, però, ha le idee un po’ confuse. “Da un anno e mezzo – dichiara – la destra vince tutte le elezioni ma oggi ci ritroviamo il governo più a sinistra della storia repubblicana. E la chiamano democrazia!” Sì, gentile Meloni, è proprio la democrazia che prevede la differenza tra le varie elezioni e quelle politiche. E’ solo queste definiscono i numeri dei parlamentari, per poi comporre maggioranze e minoranze. Le elezioni europee o amministrative servono ad altro.

Ciò detto, nessuno può impedirle di protestare per  “ROvesciare il SIstema COrrotto”. La reazione  RO.SI.CO. è naturale.

 

 

Per votare alle europee: una scheda diversa per ognuna delle 5 circoscrizioni elettorali

26 maggio 2019

 

Quando arrivermo al seggio, dopo aver consegnato un  documento d’identità valido e la tessera elettorale, ci consegneranno una scheda.

Potete vedere quella della vostra Circoscrixìzione  su questo link

https://www.today.it/politica/elezioni/europee-2019/fac-simile-scheda-elettorale.html

Votate! E votate  due donne utilizzando la tripla preferenza !  E’ l’unica possibilità che avete di incidere sul futuro dell’Europa (e vostro).

 

Europee 26 maggio 2019. Elezioni trasparenti perché invisibili?

8 maggio 2019

 

 Perché ancora non sono state pubblicate sul sito del Ministero dell’interno le liste delle candidate e dei candidati?

Una evidente e inaccettabile  violazione dei diritti delle elettrici e degli elettori. per i quali Aspettare stanca si è battuta sin dall 2006, anno della sua fondazione, quando chiese e ottenne, pur in assenza ancora di una legge,  la pubblicazione delle liste in occasione della prima applicazione del porecllum.

Ancora oggi, 7 maggio 2019, a 20 giorni dalla chiamata alle urne, non risultano  pubblicate le liste per le europee e neanche i facsimili delle schede.

https://dait.interno.gov.it/elezioni/speciale-europee

https://dait.interno.gov.it/elezioni/trasparenza/europee2019

Eppure ora esistono vari e chiari obblighi di legge, disattesi in maniera inaccettabile dall’amministrazione competente (ministero dell’interno), grazie alla compiacente e corresponsabile inerzia dell’intero Governo e dello stesso  Parlamento.

Le conseguenze sono gravi: ci si chiede anche come le emittenti, la stessa AGCOM, il CNU e i CORECOM possano rispettare  e far rispettare quanto previsto nella Delibera n. 94/19 dell’ AGCOM sulla  disciplina in materia di comunicazione politica e di parità di accesso ai mezzi di informazione.

Per la RAI il problema si pone anche rispetto all’osservanza della delibera approvata dalla Commissione parlamentare di vigilanza nella seduta del 2 aprile scorso.

Forse la Direzione Centrale dei Servizi Elettorali, oltre a rispondere  alla domanda n. 23 (vedi sotto) avrebbe dovuto attivarsi per rispettare l’obbligo che compete per legge al Ministero dell’interno.

23. Quali disposizioni sono state introdotte dalla legge 3 novembre 2017, n.165 in materia di trasparenza?

Ai sensi dell’art.4 della legge 3 novembre 2017, n.165 e dell’art.11 della legge 24 gennaio 1979, n.18, in un’apposita sezione del sito internet del Ministero dell’interno (denominata “Elezioni trasparenti”) sono pubblicati – in maniera facilmente accessibile – per ciascun partito, movimento e gruppo politico organizzato che abbia presentato liste:

  • a) il contrassegno depositato, con l’indicazione del soggetto che ha conferito il mandato per il deposito;
  • b) lo statuto ovvero la dichiarazione di trasparenza.

Nella medesima sezione del sito sono pubblicate, per ciascun partito, movimento o gruppo politico organizzato, le liste di candidati presentate per ciascuna circoscrizione.

Eppure, con decreto del 20 marzo scorso, il ministro dell’interno, in adempimento delle relative norme di legge, ha disposto quanto segue:

Articolo 1

(Destinatari e procedimento di pubblicazione)

  1. In occasione delle elezioni del Parlamento nazionale e delle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia sono pubblicati, per ciascun candidato ammesso, all’interno della sezione denominata «Elezioni trasparenti» del sito internet del Ministero dell’interno istituita dall’articolo 4 della legge 3 novembre 2017, n. 165, il curriculum vitae ed il certificato penale rilasciato dal casellario giudiziale, già pubblicati sul sito internet del partito, movimento politico o lista, ai sensi dell’articolo 1, comma 14, della legge 9 gennaio 2019, n. 3.

https://dait.interno.gov.it/elezioni/documentazione/acquisizione-curriculum-vitae-certificato-penale-candidati-europee-politiche

 

Il rumore di spade si placa nell’accordo sul Def, L’editoriale di ieri sul Manifesto

21 aprile 2019

Alfonso Gianni (il manifesto del 20 aprile 2019)

 

La logorroica risoluzione con cui la maggioranza ha dato il via libera al Def faticosamente confezionato dal Ministro Tria, sembra rispondere in primo luogo all’esigenza di stemperare in un riassunto del contratto  di governo, le tensioni che si accumulano nella maggioranza. Il grande clangore di spade sulle richieste incrociate di dimissioni per la Raggi e per Siri si attutisce nel mare di parole che cercano di nascondere l’impietoso quadro dell’economia italiana fatto da Tria. Il ministro, contestatissimo da entrambi i dioscuri governativi, ne esce per il momento vincitore. Ha alle spalle il sostegno dell’arcigna Ue e sa che non può andare allo scontro con essa partendo da cifre taroccate. Ha ragione quindi Landini nel dire che Tria “ha detto quello che gli altri nascondono”. In effetti prudenza pare la parola chiave di questo Def. Solo nel gennaio di quest’anno i documenti ufficiali prevedevano una crescita nel 2019 dell’1% del Pil. Ora il Def dice che quel livello non verrà raggiunto neppure nel 2020, quando si prevede un modesto +0,8%, che resterà tale fino al 2022. Mentre per l’anno in corso ci si dovrà accontentare dello 0,2%. La differenza tra quadro tendenziale e programmatico diventa un misero 0,1%. Tale è il valore, quindi, che il Def attribuisce alle misure introdotte dal governo, dal decreto “crescita” dai contorni ancora imprecisi, a quello “sblocca cantieri”, o “porcate” come lo ha ridefinito la Cgil, che provocherà un ulteriore aumento di incidenti e morti sul lavoro, passando per il decreto sul reddito di “sudditanza” a quello di “quota cento”. Altro che politica espansiva e anticiclica, come insiste la risoluzione votata giovedì. Tanto è vero che si prevede un aumento del tasso di disoccupazione dal 10,6% all’11% del 2019. Nello stesso anno il deficit nominale ritorna quindi al famoso – 2,4%, mentre quello strutturale oscilla tra un -1,4 e un -1,5%. Una variazione minimale, quest’ultima, ma indicativa della scarsa fiducia sull’incremento del Pil potenziale da cui dipende, e conseguentemente sulla possibilità di poterla usare per ammorbidire i giudizi della Commissione europea. Il punto chiave per i pentaleghisti resta evitare l’incremento dell’Iva e contemporaneamente introdurre la Flat tax. La risoluzione di maggioranza reclama l’attuazione di entrambe le cose. Ma come? Visto che una patrimoniale è esplicitamente esclusa nella risoluzione, come nelle dichiarazioni di Tria e dello stesso Zingaretti. Tutti uniti per rassicurare i pochi ma potenti possessori di quella ricchezza che vanta in Europa il più alto tasso di patrimonializzazione. Per questo la misura sta nel programma della lista “la Sinistra” per il 26 maggio. Qui tutto diventa incerto e oscuro. Sul versante dell’Iva viene avanti l’ipotesi, nella difficoltà di reperire i 23 e rotti miliardi necessari per la sua sterilizzazione,  di un incremento selettivo. In fondo Tria aveva già detto di non essere contrario ad un aumento dell’Iva. In questo modo gli sherpa governativi, giocando sulla distribuzione delle aliquote, tentano di limitare i danni per l’elettorato di riferimento. Ma il sentiero è davvero stretto. Da un lato ci sono dei rigidi e vincolanti paletti europei, dall’altro la scarsità dei tempi per adottare le singole e mirate misure. Pensare di recuperare risorse da una lotta senza quartiere alla endemica evasione fiscale è pretesa risibile da un governo che in un anno di vita ha già fatto 12 condoni. D’altro canto la flat tax già introdotta nell’ultima manovra (al 15% per chi ha ricavi fino a 65mila euro nel 2019 e fino a 100mila nel 2020) esonera dal pagamento dell’imposta – pur essendo l’Iva quella più evasa – oltre due milioni di partite Iva, discriminando tra dipendenti e autonomi. Non c’è da stupirsi se il tentativo di bloccare l’aumento dell’Iva va a sbattere con il disegno di introdurre la Flat tax.  Ma il disegno del governo è  ancora peggiore. Non potendo introdurre una tassa piatta universale che costerebbe non meno di 60 miliardi, ha deciso di dare vita a tante piccole “flat tax”, scegliendo di premiare alcune categorie di contribuenti. Non è una novità dell’ultima ora. Già da diversi anni e governi la progressività del sistema fiscale viene erosa con l’introduzione di imposte sostitutive. Per esempio la cedolare secca sulle case in affitto o il primo assaggio di flat tax sopra ricordata sono alcuni esempi.  Tassare gli affitti, i redditi finanziari, quelli degli autonomi con aliquote fisse e di comodo invece che con l’Irpef porta alla liquidazione di quest’ultima e a un danno per l’erario che si aggira, secondo alcuni studi, attorno ai 14 miliardi. Ma con un risparmio fiscale spalmato in modo regressivo. Ovvero al 20% più povero non andrebbe nulla; il 60% con redditi medi ne godrebbe per il 30%, mentre il 20% più ricco infilerebbe nel portafoglio il restante 70%. Una vera e propria controriforma fiscale, fatta per creare un blocco sociale conservatore, tramite quello che era lo strumento principe per riequilibrare le ingiustizie nella distribuzione del reddito generate dai rapporti di produzione.