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Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene fanno sperare

22 dicembre 2019

La società intossicata e l’antidoto al disfacimento

Marco Revelli sul Manifesto dell’8 dicembre 2019

Fermare la caduta. Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene di queste settimane esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica

Il declino della società, il suicidio della politica. Sono i due ingredienti di base del populismo di ultima generazione: quello che potremmo definire il turbopopulismo. Il Censis, con il suo ultimo Rapporto, nel certificarli, ha dato carne e sangue alle sensazioni desolate che quotidianamente ci affliggono nel guardarci intorno. E anche parole: «Furore», «Solitudine», «Incertezza», «Tradimento», «Ansia», «Sfiducia», quelli che sembrerebbero i lemmi di un discorso quasi terminale. È una fotografia pressoché perfetta dello stato d’animo del Paese. Ma è il filmato che vi sta dietro, la ricostruzione del percorso decennale con cui si è arrivati qui, la parte più interessante (e inquietante).

I commenti prevalenti si sono fermati ad alcune cifre di per sé impressionanti: quel 48% che desidera «un uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di Parlamento e elezioni»; quel 69% per cui il sentimento prevalente di fronte al futuro è l’incertezza; quel misero 13% a cui si sono ridotti gli «ottimisti»; quel 74% che nell’ultimo anno «si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso»…

Il Rapporto, però, aggiunge a tutto questo un racconto, che assomiglia molto a un brutto sogno, di quelli in cui sfuggiti a una minaccia se ne trova subito di fronte una peggiore, in una fuga senza fine: narra di come l’italiano medio sfuggito a fatica al «mulinello della crisi» nella sua fase più feroce, ha dovuto fronteggiare (e metabolizzare) «la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare» in deficit di sostenibilità introiettando l’ansia «di dover fare da soli» per far fronte a bisogni individuali e famigliari «non più coperti come in passato». E scoprendo da una parte che neppure i mezzi privati tradizionali, i Bot, il mattone, il risparmio affidato alla Banca come garante di futuro erano più sicuri, anzi diventavano essi stessi minaccia nel tempo in cui la corsa al benessere era finita e l’ascensore sociale aveva invertito la sua corsa, portando in basso ceto medio e classi lavoratrici.

Né tutto questo è bastato. Non è stato sufficiente dismettere i panni vecchi del precedente sistema sociale di mercato per indossare quelli casual dell’individualismo possessivo diventato dogma postmoderno, «contando solo sulle proprie forze», mettendo «in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro», imparando un’arte di arrangiarsi più di sopravvivenza che creativa e tuttavia per molti aspetti efficace («una formidabile espressione di resilienza opportunistica e mobile» è definita). Non è bastato perché dietro quella porta stretta li aspettava un’ultima beffa, il «Grande Tradimento» costituito dal più recente «attacco a freddo proprio contro quelle soluzioni individuali di vitale reazione – di Furore, si direbbe – alle avversità»: la scure fiscale agitata sulle teste della miriade di sopravviventi a fatica, la caccia al cash, fin nelle cassette di sicurezza, la guerra al «nero di sopravvivenza», la stigmatizzazione del contante…

E poi, per il lavoro dipendente, l’altra grande beffa: la bufala della ripresa dell’occupazione dopo la grande paura. I numeri ci dicono che a fronte di una stabilizzazione occupazionale formale, sulla carta, la realtà è fatta di riduzione netta del monte ore e di declassamento, moltiplicazione di part-time (cresciuti di 1,2 milioni, quasi tutti involontari), distruzione di reddito per i salari e di qualità per il lavoro («8 operai su 10 in Italia ricevono una remunerazione inferiore a quella che sarà presumibilmente il livello base della retribuzione stabilita per legge»).

A conti fatti, conclude il Rapporto, «l’input di lavoro si riduce di 959.000 unità e parallelamente il volume di ore effettivamente lavorate diminuisce di oltre 2,3 miliardi» (avete letto bene: miliardi!).

Si spiegano così, con questa Storia, alcuni dei dati più inquietanti: quel circa 75% di italiani che non nutrono «fiducia nei confronti degli altri», quasi uniformemente distribuiti lungo la piramide sociale (con solo un calo significativo per imprenditori e assimilati). Quel quasi 40% che prevede un futuro «peggiore» per i propri figli. Infine i dati relativi al rapporto con la politica, soprattutto se scomposti per classi sociali: il 48% che vorrebbe affidarsi all’«uomo forte», sale al 54% per i redditi bassi e al 67% per gli operai. I quali sono anche quelli che fanno segnare la percentuale maggiore per sfiducia nei partiti (81% contro una media del 76%), scontentezza nei confronti del funzionamento della democrazia (55% contro il 34% tra manager e quadri) e disinteresse per la discussione politica (solo il 17% «quando si incontra con altri» ne parla, contro il 23% per gli impiegati e il 38% per i manager). Si direbbe una inversione di centottanta gradi di quella che un tempo di chiamava «coscienza di classe» e che misura, in termini di soggettività quello che le statistiche sociali certificano in termini di materialità: la dimensione di una sconfitta storica del lavoro, ben descritta a suo tempo da Luciano Gallino in quel fondamentale libro che è La lotta di classe dopo la lotta di classe. Sconfitta del lavoro da cui – la storia del ‘900 lo dimostra – sono derivate le grandi vittorie della destra e le peggiori dittature della modernità. E che segna tuttora il perimetro dell’area sociale in cui pesca il consenso della Lega salviniana, versione weimariana dell’antico populismo regionale bossiano.

Per questo sono così importanti le piazze piene di queste settimane. E sono così deprecabili gli atteggiamenti di sospetto, diffidenza o distanza che parti, sia pur minoritarie, della sinistra coltivano. Sono importanti perché esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica, materializzando un corpo sociale che non si arrende alle patologie dell’asocialità. Reazioni di un sistema immunitario non ancora collassato. Non sono, certo, l’antidoto totale. Il farmaco in grado di debellare l’intossicazione che avvelena la politica a partire dalla società: per far questo occorrerebbe invertire il piano inclinato su cui sono scivolate le classi che stanno sulla base della piramide. E produrre un radicale cambio di paradigma, che a individualismo e solitudine sostituisca socialità e giustizia sociale. Ma sono paragonabili ai «muretti di pietra a secco» di cui parla il Censis. O a una sesta «piastra», oltre alle cinque che il Rapporto elenca (tenuta del manifatturiero, regioni forti, sensibilità al problema del clima, rimessa in circuito del risparmio, Europa) per frenare la discesa verso il basso (e l’abisso). Forse la piastra più forte, a guardare quelle folle fitte come sardine

 

 

 

Le sardine in Piazza San Giovanni, Roma, 14 dicembre,

15 dicembre 2019

Da Massimo Marnettto

Arrivo a San Giovanni un po’ prima delle 15,00. E faccio bene, perché in pochi minuti arriva l’alta marea di giovani con sardine, ma c’è anche una folta rappresentanza di capelli bianchi. “Dove siete stati finora?”, chiede con un sorriso un maturo signore a un gruppetto di giovani, mentre regge il cartello “Roma non abbocca!!!” “Noi in piazza ci andiamo – risponde l’adolescente con una sardina di carta fermata tra i capelli – ma non per i partiti. “Nei venerdì per l’ambiente – rinforza l’amica di colore in perfetto romano – ci siamo sempre andati”.

Cerco il palco, ma dopo un giro su me stesso non lo vedo. Chiedo. “Il palco siamo noi”, mi risponde un ragazzo, poi indica un camion “eccolo là”. C’è musica ritmata, ma sono ormai le 15,20 e non si vede ancora nessuno. I tempi morti tradiscono un po’ d’improvvisazione in un’organizzazione che comunque c’è. Inizia finalmente la presidente dell’Anpi, Carla Nespolo. Ricorda il valore della Costituzione, il prezzo anche della vita “di giovani come voi” che l’ha resa possibile. “La nostra Carta è antifascista!” urla scatenando un boato di applausi. Conclude invitando tutti alla memoria della Resistenza e alla resistenza della memoria. Scatta “Bella ciao” e la piazza è una sola voce. Nel cielo appare l’elicottero della Polizia. “Siamo più di 30 mila”, mi dice un vicino con aria esperta, “altrimenti non facevano il “verticale”.

Il medico Pietro Bàrtolo parla dell’umanità che ha visto e che si rifiuta di denigrare “Li chiamano “flussi”, ma quelle che ho visto io sono persone!” Un giovane attore legge un brano del suo libro, che parla di un uomo salvato e portato nell’ambulatorio di Lampedusa, in preda a spasmi di pianto irrefrenabili. “L’abbiamo dovuto sedare e quando si è calmato, mi ha raccontato che lui era l’unico che sapeva nuotare. Ha tenuto con una mano la moglie, con l’altra il figlio di tre anni, mentre il più piccolo di pochi mesi era su di lui. Ha nuotato a dorso, poi ha sentito che le forze erano finite e le onde erano sempre più alte. Ha dovuto scegliere chi lasciar morire, ma non si decideva. Poi ha iniziato a bere e ha lasciato il figlio di tre anni, sapendo che sarebbe morto. La sua disperazione è che dopo pochi minuti li hanno salvati. Bastava resistere ancora un po’, mi ripeteva intontito dal sedativo, e mio figlio ora sarebbe qui con me”. La piazza rimane muta di dolore. Mi commuovo, non sono il solo. Ma Bàrtolo ci scuote “Dobbiamo rimanere umani! E guardare ai problemi veri. Il dramma non è l’immigrazione, ma l’emigrazione dei nostri giovani! (applausi) Che se ne vanno per colpa nostra! Perché non sappiamo creare una società giusta e con lavoro vero, non precario! (applausi). Mentre saluta, passa un corteo di giovani africani in fila indiana, che taglia la folla pronunciando a ritmo: libertà!-libertà!

Poi parla Luce, una transessuale. E racconta il suo dramma da adolescente emarginata, bullizzata, cacciata di casa. “Ora, aiuto le giovani come me, perché non voglio che soffrano come è capitato a me”

Con il tramonto, arriva il freddo. La gente si copre. Sale sul palco Mattia Santori e urla”ROMAAA!!!!” La risposta della piazza è talmente fragorosa, che sembra quella dei goal della nazionale. Tutti alzano le sagome delle sardine e ondeggiano i cartelli, un trionfo di artigianato politico, realizzato con carta, pennarelli, cartone da imballaggio.

“Oggi – esordisce – la grande notizia è che le Sardine non esistono. Anzi, non sono mai esistite. Perché nelle nostre piazze ci sono persone che credono che un ragionamento valga più di mille like” Elenca richieste esplicite ai politici, tutte convergenti verso il concetto di una politica più seria, con meno marketing e meno odio.

Vengono lette le altre piazze che si sono autoconvocate  in contemporanea in Italia e all’estero (persino a San Francisco) poi finisce tutto con un grande applauso e musica a palla.

Mentre, a fatica, cerco di lasciare San Giovanni, mi viene da chiedermi: e adesso? Poi mi tranquillizzo, pensando che l’entusiasmo della partecipazione è il miglior fertilizzante della democrazia. Forse non subito, ma qualcosa fiorirà.

Massimo Marnetto

La verità è alla base della riconciliazione. A 50 anni dalla strage di Piazza Fontana

13 dicembre 2019

 

E sulla strage di Piazza Fontana finalmente abbiamo udito le scuse del sindaco di Milano a chi è stato ucciso e perseguitato per nascondere i veri esecutori e mandanti dei morti. E le chiare parole d’accusa del Presidente Mattarella contro le deviazioni di falsi servitori dello Stato e il tradimento della democrazia. Ci sono voluti 50 anni per arrivare a questo processo di “giustizia riparativa”, che ricorda quella realizzata in Sud Africa dopo l’apartheid, dove le ferite dell’odio e dei massacri si sono curate chiamando le cose con il loro nome.

 

In Italia, invece, questa riparazione è spesso impedita dal segreto di Stato. Una coltre di omertà legale stesa per coprire responsabilità inconfessabili e persino cessioni di sovranità a favore di altri Stati, che hanno imposto il silenzio su azioni e collusioni consumate sul nostro suolo. Abbiamo bisogno di uscire presto dalla palude della menzogna; di guarire da questa malaria degli omissis. E la cura è una sola: verità.

 

Massimo Marnetto

“Mappe della disuguaglianza”

23 novembre 2019

Da Massimo Marnetto

Vado ad una discussione sul libro “Mappe della disuguaglianza” (K.Lelo, S.Monni, S.Tomassi, Ed. Donizelli – Postfazione Walter Tocci) con il docente di economia dello sviluppo Salvatore Monni e Walter Tocci, uno dei politici più intelligenti della sinistra. Lo sforzo di questo studio ragionato su Roma è far capire – attraverso mappe colorate da vari indicatori – la situazione della città nelle sue asimmetrie. “Abbiamo scelto le mappe – dice il prof. Monni – perché l’immagine è più potente di una descrizione, anche se non la sostituisce. Non abbiamo dovuto cercare chissà dove i dati, perché quelli ci sono, ma nessuno li elabora. Noi invece abbiamo trattato Roma come si fa con i paese in via di sviluppo, dove non ci si ferma al reddito pro-capite, ma scavando trovi una distribuzione scandalosa delle ricchezza, circoscritta a poche famiglie, mentre il resto della popolazione soffre una miseria stagnante”.

 

Nell’esposizione, mi colpisce non tanto la concentrazione di laureati in centro, ma la componente femminile dei (pochi) laureati nelle periferie. Il riscatto culturale è rosa, ma questo non sana la discriminazione di genere. “Una donna anche se laureata – spiega Manni – con il primo figlio viene spesso espulsa dalla possibilità di mantenere un lavoro già precario e se ce la fa a rientrare dopo lo svezzamento, viene demansionata. Con il secondo figlio e senza asili comunali a prezzi calmierati, resta a casa, perché una baby sitter costa più di quanto può guadagnare”.

 

Nella mappa della popolazione, lo svuotamento del centro è  un vero “buco” bianco di anziani, uffici e B&B, con colorazioni sempre più intese di residenti che aumentano andando verso le periferie. Che benché più abitate soffrono di di servizi più scarsi. Chiedo quanto l’abusivismo abbia complicato la situazione. “Molto – risponde il docente – perché se fai palazzi senza pensarli insieme ai servizi urbani di viabilità, scuole,  pubblica sicurezza ecc., poi hai un territorio sgranato e malservito”.

Chiedo se chi siede in Campidoglio conosca queste analisi e ne faccia uso. “Tranne poche eccezioni, non interessano. Eppure, abbiamo aperto alla consultazione le nostre ricerche sul sito mapperoma.info“.

 

Allora mi rivolgo a Tocci: “Perché questa decadenza della classe politica nazionale e locale?”. “Perché – risponde – si è rotto il raccordo tra intellettuali e popolo, che reggeva il vecchio PCI. Per noi giovani universitari (Tocci è laureato in Fisica e Filosofia) rappresentare gli ultimi, le periferie, i lavoratori significava studiare problemi e soluzioni, ascoltare chi li soffriva andando nelle borgate e poi fare sintesi in proposte di giustizia sociale”. Incalzo: “Ma mancano più gli ideali o la competenza?” Sorride, per la riluttanza a dare voti: “Forse entrambi. La selezione delle nuove classi dirigenti dovrebbe essere più accurata e partire dal volontariato civile. Nelle periferie ci sono esperienze di promozione sociale incredibili, ma se a questi comitati per il decoro, lotta alla povertà, auto-aiuto parli di partiti se ne vanno. Perché non hanno rappresentanza, né fiducia. Le periferie al massimo si frequentano in campagna elettorale, ma poi rimangono marginali per i decisori, anche se non voglio generalizzare”.

 

Siamo non molti, ma l’interesse per il tema ci fa dimenticare che abbiamo chi ci aspetta a cena. Monni ci ringrazia e non si scompone per il numero di presenti non proprio alto. “E’ normale – dice spegnendo il computer – quando si parla di disuguaglianze in periferia facciamo il pienone, con tanti giovani. In centro, ci si deve accontentare di chi è rimasto e ha ancora voglia di capire”.

 

 

“Il Cile s’è svegliato!”

26 ottobre 2019

“Il Cile s’è svegliato!”: a Piazza del Popolo è questo il grido dei cileni e degli italiani solidali, per manifestare contro la sanguinosa repressione del Governo Pinera. Ci sono bandiere cilene insieme a quella dell’antico popolo dei Mapuche. “Che vuol dire – mi spiega una ragazza che la indossa sulle spalle – “Popolo della Terra”. Sulla scalinata dell’obelisco c’è un gruppo che suona musica andina di lotta popolare, con chitarre e flauto di pan. Il sole è quasi estivo e scintilla nelle bolle di sapone che un giocoliere lancia in aria. “Stringo forte la mano – canta il cileno con codino che guida il gruppo, mentre una signora mi traduce  – e affonda l’aratro nella terra. Sono anni che la lavoro e mi sento sfinito” C’è il lenzuolo con scritto “El pueblo unido!”. Parla un studente per portare i saluti dei suoi compagni e lancia il presidio per giovedì davanti all’ambasciata cilena “Noi siamo vicini agli studenti cileni – scandisce nel microfono scadente – che vengono selvaggiamente bastonati e anche ammazzati. Sì, perché in Cile si è tornati a morire di polizia!” Tutti alzano pentole e cucchiai e battono all’impazzata mentre parte corale la canzone del “Comandante Che Guevara!”,  Parla anche il vignettista Vauro, un sindacalista, un anziano esule: “Noi che siamo partiti ai tempi di Pinochet – dice mentre la piazza si ferma – non pensavamo che dopo tanti anni si potesse tornare a quel terrore”. Arriva un messaggio in italiano da Sepulveda. “Hanno privatizzato l’acqua – si sente a stento dallo smartphone attaccato al microfono – la sanità, le scuole… lottiamo per stipendi umani, per la nostra dignità…grazie italiani, perché non ci avete mai abbandonato”. Riparte il pentolame di gioia. Riprende la musica con “El pueblo unido” Le donne si legano i capelli dal caldo. Intanto vedo che c’è molta più gente di quando sono arrivato. Mentre me ne vado, leggo un cartello alzato da una ragazza dai bei tratti andini “Ci avete tolto tutto… Anche la paura!”

Massimo Marnetto

Italia Viva si rivolge a un morto: il centro. 

23 settembre 2019

DaMassimo Marnetto

 

Quello che una volta era fatto di persone con caratteristiche precise: conformismo, posto fisso, sacrificio familista, cattolici quanto basta e pasticcini la domenica. Una borghesia mediana che seguiva il flusso, tollerava la corruzione, perché intanto vedeva arrivare in casa la tv e poi la lavatrice, dopo la fatica e gli stenti di un’infanzia di guerra e dittatura. Oggi, i “moderati” del boom sono in via d’estinzione; i loro figli sono genitori in pensione, ultima tutela  sociale per i loro giovani bloccati in casa dal precariato o ridotti ad affetti skype all’estero.

Il “centro” è modernariato politico. La realtà è polarizzata. Proprio in quella destra e sinistra che i grillini (e non solo) negano. Il resto è astensionismo da abbandono per chi è troppo povero o da indifferenza per chi è troppo ricco. In questo quadro, chi – come Renzi – si allontana dalla sinistra non va al centro, ma a destra.

 

 

Ecco i/le 42 Sottosegretari/e del secondo governo Conte, resoconto di Daniela Domenici

13 settembre 2019

via Ecco i/le 42 Sottosegretari/e del secondo governo Conte, resoconto di Daniela Domenici

RO.SI.CO.

8 settembre 2019

Da Massimo Marnetto

Cosa fa scendere in Piazza Monetecitorio la Meloni e Salvini non è chiaro.

Che siano di cattivo umore per essere all’opposizione – soprattutto Salvini – è comprensibile. Ma nessuno può chiamare questo, un “Governo truffa”, perché la sua maggioranza in Parlamento sembra proprio averla. E se le Camere confermeranno questa previsione, vuol dire che i rappresentati della maggioranza degli italiani hanno scelto di dare a questa legislatura una seconda opportunità.

La Meloni, però, ha le idee un po’ confuse. “Da un anno e mezzo – dichiara – la destra vince tutte le elezioni ma oggi ci ritroviamo il governo più a sinistra della storia repubblicana. E la chiamano democrazia!” Sì, gentile Meloni, è proprio la democrazia che prevede la differenza tra le varie elezioni e quelle politiche. E’ solo queste definiscono i numeri dei parlamentari, per poi comporre maggioranze e minoranze. Le elezioni europee o amministrative servono ad altro.

Ciò detto, nessuno può impedirle di protestare per  “ROvesciare il SIstema COrrotto”. La reazione  RO.SI.CO. è naturale.

 

 

Buon lavoro a Elena Bonetti, finalmente di nuovo una ministra per le Pari Opportunità

7 settembre 2019

Un augurio di buon lavoro a Elena Bonetti, finalmente di nuovo le Pari Opportunità sono presenti al tavolo del Consiglio dei Ministri.

Purtoppo c’è molta confusione: non si riesce a distinguere tra ministri e ministre con portafoglio e senza. In particolare per le Pari Opportunità si parla di Ministero e di ritorno a un Ministero che non c’è e non c’è mai stato. L’importante è che ci sia la Ministra, che fa parte, diversamente dai Sottosegretari, del Consiglio dei ministri.

Abbiamo avuto in passato Ministre alle Pari Opportunità, la prima è stata Anna Finocchiaro, poi vari Governi senza ministre e le conseguenze sono state  gravi perché i diritti delle donne in questi casi non erano presenti al Consiglio dei ministri. Comunque tutte le Ministre alle Pari Opportunità, compresa quella nell’attuale Governo, sono ministre senza portafoglio, e cioè senza Ministero.

Basterebbe guardare la composizione dei vari Governi o chiedere a qualsiasi persona che conosce i primi elementi di diritto costituzionale.

Aiutatemi a diffondere queste nozioni che ho raccolto da WIKIPEDIA:

All’atto della costituzione del nuovo governo, possono essere nominati Ministri senza portafoglio, contestualmente alla nomina degli altri ministri, con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Nel decreto non occorre specificare i loro compiti, che possono essere definiti in un momento successivo. Il ministro senza portafoglio, come tutti gli altri Ministri, presta giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica. Ai sensi dell’art. 9 della Legge 400/1988 sulla disciplina dell’attività di Governo e dell’ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, i Ministri senza portafoglio svolgono le funzioni a loro delegate dal Presidente del Consiglio, sentito il Consiglio dei Ministri, e rese pubbliche mediante pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale.  Quanto ai poteri dei Ministri senza portafoglio, essi, pur non essendo a capo di un dicastero, partecipano alla generale determinazione dell’indirizzo politico, esplicando funzioni di governo collegialmente in seno al Consiglio dei ministri.

  1. ^ Cfr. P. Calandra, Portafogli Ministeriali, Ministri senza Portafogli ed incarichi speciali a Ministri, in Rassegna di dir. pubbl., 1967, p. 468 e ss.
  2. ^ Cfr. F. Cuocolo, Il Governo nel vigente ordinamento italiano’, Milano, Giuffrè, 1959, p. 201.’

IL comunicato di Ebano in occasione della Giornata internazionale contro la tratta

31 luglio 2019

Da UDI Napoli

Inoltro e diffondo con piena condivisione il comunicato di Ebano in occasione della Giornata internazionale contro la tratta

In occasione della “Giornata internazionale contro tratta degli esseri umani” le associazioni Ebano e Adri sono a ribadire il loro impegno contro questo agghiacciante fenomeno.

Prendiamo atto che il rapporto “Piccoli Schiavi 2019” presentato da Save the Children finalmente cita in modo esplicito e maggiormente descrittivo il metodo del lover boy contro il quale ci battiamo da tempo, in ottemperanza a quanto disposto dal punto 61 della Risoluzione Europea del 12.05.16.

Il metodo del “lover boy” è il terribile inganno messo in atto dal trafficante, che finge una relazione d’amore con la vittima per attirarla in una spirale di assoggettamento tale da indurla alla prostituzione senza apparenti segni di costrizione, facendole perdere la percezione dello sfruttamento e della violenza subiti. Da anni è diventato la principale tecnica di traffico intraeuropeo ma ancora stenta ad essere riconosciuto.

Chiediamo, sulla scia di quanto affermato nel suddetto rapporto, che venga istituito un gruppo di lavoro a livello nazionale su questo metodo criminale, per non disperdere le esperienze professionali di ciascuno, per mettere in comune i nostri dati di osservazione dopo anni di lavoro mirato – di concerto con i colleghi europei- su questa tecnica e per addivenire alla messa appunto delle “buone prassi” prescritte dall’Europa già tre anni orsono.

Chiediamo inoltre, visto l’allarmante dato riportato di 2210 minori vittime di sfruttamento sessuale osservati in una sola notte in sole cinque regioni a fronte di esigui numeri di fuoriuscite, di conoscere dettagliatamente -pur nel rispetto della privacy – gli interventi attuati da operatori della rete antitratta, dei servizi minorili, alle Forze dell’ordine e dalle autorità consolari in ciascuna situazione e le dettagliate ragioni delle mancate fuoriuscite al di là delle macrocategorie indicate.

Osserviamo inoltre, come ultimo allarmante dato, che continuiamo a ricevere segnalazioni di minorenni o neo-maggiorenni italiane in situazioni di disagio indotte alla prostituzione sempre con il metodo del lover boy.

Ricordiamo infine le e i minori romeni scomparsi in patria – 410 denunce di scomparsa nel 2018 tuttora pendenti secondo i dati diffusi dalla Polizia Romena, Direcția pentru Investigații Criminale – probabili vittime di tratta. Forse sulle nostre strade. Forse tra i 2210 conteggiati.

Michelangela Barba

Associazione Ebano Presidente

Silvia Dumitrache

ADRI associazione donne romene in Italia Presidente

Focus di Ebano è il sostegno donne in condizione di grave marginalità, vittime di sfruttamento sessuale e grave violenza.

Focus di ADRI è  il sostegno alle migranti intraeuropee, che incorrono in situazioni di sfruttamento sessuale e lavorativo, e ai loro figli.

Le due associazioni collaborano dal 2016 nell’emersione delle situazioni di sfruttamento e nella gestione di percorsi di fuoriuscita.

EBANO

Associazione di Volontariato

Codice fiscale 94055060159

IT03 I030 6909 6061 0000 0146 169

Sede legale: via Jean Jaures n°7 – Milano

ebanoassociazione@gmail.com

+39 329 4040122