Archive for the ‘Attualità’ Category

Parco di Veio, mostra virtuale delle foto di Paola Scarsi

19 marzo 2020

Ente Parco di Veio

EMOZIONI DAI PARCHI, mostra virtuale di Paola Scarsi

12 Mar, 2020 | Mostre

QUESTA MOSTRA AVREBBE DOVUTO INAUGURARE VENERDI 13 MARZO 2020 ALLE ORE 10.00 IN OCCASIONE DELL’ARRIVO DELLA TAPPA DELLA CORSA CICLISTICA TIRRENOADRIATICO.

Purtroppo, in ottemperanza alle disposizioni di legge al fine del contenimento della diffusione del virus Covid-19 ogni manifestazione che comportasse assembramento di persone è stata annullata.

Abbiamo così pensato di realizzare una mostra fotografica virtuale riproponendo sul web le fotografie esposte nella sede del Parco di Veio a Sacrofano.

SCARICA IL COMUNICATO STAMPA E LA LOCANDINA

 

EMOZIONI DAI PARCHI, mostra virtuale di Paola Scarsi

Mi son sentito…di Paolo Marnetto

14 marzo 2020

Mi son sentito…

In questo periodo di epidemia,

mi son sentito un nero in Alabama, quando nei bus  tutti si scansavano da me per paura del contagio.

Mi son sentito un ebreo nel fascismo, quando – da un giorno all’altro – mi è stato impedito di frequentare la scuola.

Mi son sentito un palestinese di Gaza, quando il mio borgo è stato chiuso in una “zona rossa” da cui non si poteva uscire.

Mi son sentito uno sfollato siriano, nelle lunghe file per prendere il cibo.

Quando tutto questo finirà, sarò diverso: più nero, ebreo, palestinese, sfollato.

Più uomo.

(Massimo Marnetto)

La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle” e ora Le Sardine

28 gennaio 2020

da Massimo Marnetto

Luigi Manconi nel suo articolo su la Repubblica, “Sardine, l’arte del congedo”, elogia il loro apporto definendolo  “…una politica come bene strettamente necessario, che, a differenza di molte altre esperienze del passato, non è destinata a produrre leader autoritari o soi disant carismatici, élite chiuse, apparati settari, discipline e scissioni. È stato questo il mesto destino di movimenti quali, tra gli altri, La Rete, i Girotondi, il Popolo Viola, i 5 Stelle”.

Non sono d’accordo con Manconi.

Ho dato il mio contributo ai Girotondi e non ho visto “élite chiuse o apparati settari”, ma partecipazione diffusa e spontanea da proto-Sardine. Non c’era nemmeno “un leader autoritario né sedicente carismatico”, visto che Nanni Moretti – l’esponente più conosciuto di quella stagione – ha sempre rifiutato quel ruolo ed è tornato al suo lavoro dopo essersi esposto unicamente per dovere civile, in un periodo di montante berlusconismo verso il quale il più grande partito di sinistra non riusciva a dire “cose di sinistra”. Mi dispiace che Manconi, di solito accurato nelle analisi, abbia addensato in una “marmellata di movimenti”, realtà invece molto diverse per cause, fasi ed evoluzioni.

Mio commento: Sono scesa in piazza con tutti, salvo l’ultimo, che ho però seguito dai primi contatti in rete. Sono stati e sono il tentativo di offrire ruolo e spazio a chi per scelta o perchè respinto, non trova spazio e ruolo nei partiti, questi sì monopolizzati da èlite e apparati settari. Anche io dissento dall’articolo di Luigi Manconi e offro la mia testimonianza a supporto di quanto scrive Massimo. Ricordo ancora con emozione quando abbiamo fatto un gioioso girotondo intorno al MIUR e l’altro intorno alla RAI. E anche quando ho incontrato Franca Rame al Teatro Vittoria. Eletta senatrice si dimise.

 

IL PINO DOMESTICO. MARTEDI 28 GENNAIO 2020 , ORE 16.00 Via Salandra, 44 Roma

26 gennaio 2020

CS EVENTO 28 GENNAIO

MARTEDI 28 GENNAIO 2020 PRESSO LA SALA SERVIANA ALLE ORE 16.00

Via Salandra, 44 Roma

IL PINO DOMESTICO

Presentazione del libro scritto dalla prof.ssa Giulia Caneva

ORGANIZZATO IN COLLABORAZIONE CON ITALIA NOSTRA – ROMA

 

Relatori: Giulia Caneva, ordinaria di Botanica ambientale all’Università ROMA TRE ed autrice;

Carlo Blasi, componente del COMITATO DEL VERDE PUBBLICO

 

Martedi 28 gennaio 2020, alle ore 16.00 nella Sala Serviana del CUFA, si terrà l’incontro “IL PINO DOMESTICO”, per la presentazione dell’omonimo del libro scritto dalla prof.ssa di Botanica Ambientale Giulia Caneva, edizioni La Terza. Oltre all’autrice sarà presente il prof. Carlo Blasi, componente del “Comitato per il verde pubblico”, istituito presso il Ministero dell’Ambiente.

Cosa lega il pino domestico al verde pubblico? Per rintracciare la genesi comune bisogna risalire a Roma imperiale antica, ed al suo “boschetto di pini, sacro alla dea Cibele”.

Infatti, Roma antica era ricca di pini perché ritenuti adatti alle caratteristiche dei terreni e all’interpretazione simbolica del suo significato, che rimanda da sempre alla resistenza ed alla pienezza della vita. Durante il ventennio, adottandolo quale simbolo di romanità, se ne diffuse l’uso come messaggio visivo di classicità che unisse l’impero di Roma antica a quello della Roma moderna. Notissima è la composizione “I Pini di Roma” di Ottorino Respighi, che ne trasse ispirazione per un suo poema sinfonico.

Ai giorni nostri, invece, se ne discute per questioni legate alla pericolosità dei pini di Roma.

Tuttavia, oltre al mito c’è la storia e quella odierna racconta le altissime soglie di attenzione per la cura ambientale. L’incontro di oggi è anche l’occasione per fare il punto su una situazione monitorata da molti: istituzioni pubbliche, Associazioni e cittadini. Lo scorso anno, in collaborazione con il CUFA, l’associazione ITALIA NOSTRA Roma ha organizzato un convegno per presentare il “Manifesto degli verde”, teso a tutelare, valorizzare e sviluppare il verde pubblico della Capitale. Dopo la presentazione del Professor Blasi del libro il “Pino Domestico” scritto dalla Professoressa Caneva si aprirà un dibattito sugli Stati Generali del Verde a Roma, argomento di grande attualità e interesse pubblico.

Festival di Sanremo 2020- Inaccettabili le anticipazioni e le dichiarazioni di Amadeus

18 gennaio 2020

Festival di Sanremo – lettera alla Rai 2020 (1)

 

 

Al Presidente Rai, Marcello Foa

All’Amministratore Delegato RAI, Fabrizio Salini

e p.c.

Al Consiglio di Amministrazione RAI,:

Rita Borioni, Beatrice Coletti, Riccardo Laganà, Igor De Biasio, Giampaolo Rossi

Al Presidente e ai componenti della Commissione parlamentare di vigilanza RAI

Al Vicedirettore Marketing RAI  Giovanni Scatassa

Alla Ministra alle Pari Opportunità e Famiglia  Elena Bonetti

Italia, 17 gennaio 2020

OGGETTO: FESTIVAL DI SANREMO 2020 – DICHIARAZIONI INACCETTABILI DI AMADEUS

Egregio Presidente Foa ed egregio Dr. Salini,

come associazioni che si occupano da anni del contrasto al sessismo nei media e in particolare nella televisione pubblica – grazie ai nostri contributi il Contratto di Servizio Pubblico Rai-Mise 2018-2022 è il più avanzato della storia della RAI, – esprimiamo un profondo disappunto in merito alle dichiarazioni sessiste del direttore artistico e conduttore Amadeus nella Conferenza stampa di presentazione del Festival e la nostra preoccupazione per le presenze e i ruoli annunciati.

A questo proposito, in piena sintonia con le tante proteste avanzate in questi giorni, chiediamo con fermezza, oltre a una dichiarazione ufficiale a smentita e rettifica, che i ruoli di primo piano NON siano affidati a soli uomini (Amadeus affiancato da Tiziano Ferro e Fiorello) e le donne NON siano semplicemente elementi di contorno e che le presenze di artisti siano valutate attentamente.

Quanto dichiarato e preannunciato da Amadeus, per la prima volta non affiancato dal Direttore di Rete, non è in linea con il Contratto di Servizio Pubblico 2018-2022 per i seguenti motivi:

non è rispettata la dignità della persona (Principi generali, art.2 punto e);

– non vengono superati gli stereotipi di genere al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione (art. 2 punto g)

– non vengono promossi modelli di riferimento per i minori, femminili e maschili, paritari e non stereotipati (art. 8 punto c)

È completamente disatteso l’articolo 9, che riportiamo integralmente:

Art. 9 Parità di genere

  1. La Rai assicura nell’ambito dell’offerta complessiva, diffusa su qualsiasi piattaforma e con qualunque sistema di trasmissione, la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società, nonché la realizzazione di contenuti volti alla prevenzione e al contrasto della violenza in qualsiasi forma nei confronti delle donne.
  2. Ai fini del conseguimento degli obiettivi di cui al comma 1, la Rai si impegna a:
    a) promuovere la formazione tra i propri dipendenti, operatori e collaboratori esterni, affinché in tutte le trasmissioni siano utilizzati un linguaggio e delle immagini rispettosi, non discriminatori e non stereotipati nei confronti delle donne;
    b) non trasmettere messaggi pubblicitari discriminatori o che alimentino stereotipi di genere;
    c) realizzare il monitoraggio e il relativo resoconto annuale, che consenta di verificare il rispetto della parità di genere nella programmazione complessiva. Il resoconto annuale e’ pubblicato nel sito internet dell’azienda ed e’ trasmesso al Ministero, all’Autorità’, alla Commissione, entro quattro mesi dalla conclusione dell’esercizio precedente.

Attendiamo una risposta urgente, in mancanza della quale preannunciamo altre azioni a contrasto delle pratiche discriminatorie di genere segnalate e per il rispetto del Contratto di Servizio.

 

      Donatella Martini                                                                      Rosanna Oliva

Presidente DonneinQuota                                                Presidente Rete per la Parità

d.martini@donneinquota.org                                     presidenza.reteperlaparita@gmail.com

                                                            

ufficio stampa : cell. 3356161043 – info@donneinquota.org

 

Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene fanno sperare

22 dicembre 2019

La società intossicata e l’antidoto al disfacimento

Marco Revelli sul Manifesto dell’8 dicembre 2019

Fermare la caduta. Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene di queste settimane esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica

Il declino della società, il suicidio della politica. Sono i due ingredienti di base del populismo di ultima generazione: quello che potremmo definire il turbopopulismo. Il Censis, con il suo ultimo Rapporto, nel certificarli, ha dato carne e sangue alle sensazioni desolate che quotidianamente ci affliggono nel guardarci intorno. E anche parole: «Furore», «Solitudine», «Incertezza», «Tradimento», «Ansia», «Sfiducia», quelli che sembrerebbero i lemmi di un discorso quasi terminale. È una fotografia pressoché perfetta dello stato d’animo del Paese. Ma è il filmato che vi sta dietro, la ricostruzione del percorso decennale con cui si è arrivati qui, la parte più interessante (e inquietante).

I commenti prevalenti si sono fermati ad alcune cifre di per sé impressionanti: quel 48% che desidera «un uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di Parlamento e elezioni»; quel 69% per cui il sentimento prevalente di fronte al futuro è l’incertezza; quel misero 13% a cui si sono ridotti gli «ottimisti»; quel 74% che nell’ultimo anno «si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso»…

Il Rapporto, però, aggiunge a tutto questo un racconto, che assomiglia molto a un brutto sogno, di quelli in cui sfuggiti a una minaccia se ne trova subito di fronte una peggiore, in una fuga senza fine: narra di come l’italiano medio sfuggito a fatica al «mulinello della crisi» nella sua fase più feroce, ha dovuto fronteggiare (e metabolizzare) «la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare» in deficit di sostenibilità introiettando l’ansia «di dover fare da soli» per far fronte a bisogni individuali e famigliari «non più coperti come in passato». E scoprendo da una parte che neppure i mezzi privati tradizionali, i Bot, il mattone, il risparmio affidato alla Banca come garante di futuro erano più sicuri, anzi diventavano essi stessi minaccia nel tempo in cui la corsa al benessere era finita e l’ascensore sociale aveva invertito la sua corsa, portando in basso ceto medio e classi lavoratrici.

Né tutto questo è bastato. Non è stato sufficiente dismettere i panni vecchi del precedente sistema sociale di mercato per indossare quelli casual dell’individualismo possessivo diventato dogma postmoderno, «contando solo sulle proprie forze», mettendo «in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro», imparando un’arte di arrangiarsi più di sopravvivenza che creativa e tuttavia per molti aspetti efficace («una formidabile espressione di resilienza opportunistica e mobile» è definita). Non è bastato perché dietro quella porta stretta li aspettava un’ultima beffa, il «Grande Tradimento» costituito dal più recente «attacco a freddo proprio contro quelle soluzioni individuali di vitale reazione – di Furore, si direbbe – alle avversità»: la scure fiscale agitata sulle teste della miriade di sopravviventi a fatica, la caccia al cash, fin nelle cassette di sicurezza, la guerra al «nero di sopravvivenza», la stigmatizzazione del contante…

E poi, per il lavoro dipendente, l’altra grande beffa: la bufala della ripresa dell’occupazione dopo la grande paura. I numeri ci dicono che a fronte di una stabilizzazione occupazionale formale, sulla carta, la realtà è fatta di riduzione netta del monte ore e di declassamento, moltiplicazione di part-time (cresciuti di 1,2 milioni, quasi tutti involontari), distruzione di reddito per i salari e di qualità per il lavoro («8 operai su 10 in Italia ricevono una remunerazione inferiore a quella che sarà presumibilmente il livello base della retribuzione stabilita per legge»).

A conti fatti, conclude il Rapporto, «l’input di lavoro si riduce di 959.000 unità e parallelamente il volume di ore effettivamente lavorate diminuisce di oltre 2,3 miliardi» (avete letto bene: miliardi!).

Si spiegano così, con questa Storia, alcuni dei dati più inquietanti: quel circa 75% di italiani che non nutrono «fiducia nei confronti degli altri», quasi uniformemente distribuiti lungo la piramide sociale (con solo un calo significativo per imprenditori e assimilati). Quel quasi 40% che prevede un futuro «peggiore» per i propri figli. Infine i dati relativi al rapporto con la politica, soprattutto se scomposti per classi sociali: il 48% che vorrebbe affidarsi all’«uomo forte», sale al 54% per i redditi bassi e al 67% per gli operai. I quali sono anche quelli che fanno segnare la percentuale maggiore per sfiducia nei partiti (81% contro una media del 76%), scontentezza nei confronti del funzionamento della democrazia (55% contro il 34% tra manager e quadri) e disinteresse per la discussione politica (solo il 17% «quando si incontra con altri» ne parla, contro il 23% per gli impiegati e il 38% per i manager). Si direbbe una inversione di centottanta gradi di quella che un tempo di chiamava «coscienza di classe» e che misura, in termini di soggettività quello che le statistiche sociali certificano in termini di materialità: la dimensione di una sconfitta storica del lavoro, ben descritta a suo tempo da Luciano Gallino in quel fondamentale libro che è La lotta di classe dopo la lotta di classe. Sconfitta del lavoro da cui – la storia del ‘900 lo dimostra – sono derivate le grandi vittorie della destra e le peggiori dittature della modernità. E che segna tuttora il perimetro dell’area sociale in cui pesca il consenso della Lega salviniana, versione weimariana dell’antico populismo regionale bossiano.

Per questo sono così importanti le piazze piene di queste settimane. E sono così deprecabili gli atteggiamenti di sospetto, diffidenza o distanza che parti, sia pur minoritarie, della sinistra coltivano. Sono importanti perché esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica, materializzando un corpo sociale che non si arrende alle patologie dell’asocialità. Reazioni di un sistema immunitario non ancora collassato. Non sono, certo, l’antidoto totale. Il farmaco in grado di debellare l’intossicazione che avvelena la politica a partire dalla società: per far questo occorrerebbe invertire il piano inclinato su cui sono scivolate le classi che stanno sulla base della piramide. E produrre un radicale cambio di paradigma, che a individualismo e solitudine sostituisca socialità e giustizia sociale. Ma sono paragonabili ai «muretti di pietra a secco» di cui parla il Censis. O a una sesta «piastra», oltre alle cinque che il Rapporto elenca (tenuta del manifatturiero, regioni forti, sensibilità al problema del clima, rimessa in circuito del risparmio, Europa) per frenare la discesa verso il basso (e l’abisso). Forse la piastra più forte, a guardare quelle folle fitte come sardine

 

 

 

Le sardine in Piazza San Giovanni, Roma, 14 dicembre,

15 dicembre 2019

Da Massimo Marnettto

Arrivo a San Giovanni un po’ prima delle 15,00. E faccio bene, perché in pochi minuti arriva l’alta marea di giovani con sardine, ma c’è anche una folta rappresentanza di capelli bianchi. “Dove siete stati finora?”, chiede con un sorriso un maturo signore a un gruppetto di giovani, mentre regge il cartello “Roma non abbocca!!!” “Noi in piazza ci andiamo – risponde l’adolescente con una sardina di carta fermata tra i capelli – ma non per i partiti. “Nei venerdì per l’ambiente – rinforza l’amica di colore in perfetto romano – ci siamo sempre andati”.

Cerco il palco, ma dopo un giro su me stesso non lo vedo. Chiedo. “Il palco siamo noi”, mi risponde un ragazzo, poi indica un camion “eccolo là”. C’è musica ritmata, ma sono ormai le 15,20 e non si vede ancora nessuno. I tempi morti tradiscono un po’ d’improvvisazione in un’organizzazione che comunque c’è. Inizia finalmente la presidente dell’Anpi, Carla Nespolo. Ricorda il valore della Costituzione, il prezzo anche della vita “di giovani come voi” che l’ha resa possibile. “La nostra Carta è antifascista!” urla scatenando un boato di applausi. Conclude invitando tutti alla memoria della Resistenza e alla resistenza della memoria. Scatta “Bella ciao” e la piazza è una sola voce. Nel cielo appare l’elicottero della Polizia. “Siamo più di 30 mila”, mi dice un vicino con aria esperta, “altrimenti non facevano il “verticale”.

Il medico Pietro Bàrtolo parla dell’umanità che ha visto e che si rifiuta di denigrare “Li chiamano “flussi”, ma quelle che ho visto io sono persone!” Un giovane attore legge un brano del suo libro, che parla di un uomo salvato e portato nell’ambulatorio di Lampedusa, in preda a spasmi di pianto irrefrenabili. “L’abbiamo dovuto sedare e quando si è calmato, mi ha raccontato che lui era l’unico che sapeva nuotare. Ha tenuto con una mano la moglie, con l’altra il figlio di tre anni, mentre il più piccolo di pochi mesi era su di lui. Ha nuotato a dorso, poi ha sentito che le forze erano finite e le onde erano sempre più alte. Ha dovuto scegliere chi lasciar morire, ma non si decideva. Poi ha iniziato a bere e ha lasciato il figlio di tre anni, sapendo che sarebbe morto. La sua disperazione è che dopo pochi minuti li hanno salvati. Bastava resistere ancora un po’, mi ripeteva intontito dal sedativo, e mio figlio ora sarebbe qui con me”. La piazza rimane muta di dolore. Mi commuovo, non sono il solo. Ma Bàrtolo ci scuote “Dobbiamo rimanere umani! E guardare ai problemi veri. Il dramma non è l’immigrazione, ma l’emigrazione dei nostri giovani! (applausi) Che se ne vanno per colpa nostra! Perché non sappiamo creare una società giusta e con lavoro vero, non precario! (applausi). Mentre saluta, passa un corteo di giovani africani in fila indiana, che taglia la folla pronunciando a ritmo: libertà!-libertà!

Poi parla Luce, una transessuale. E racconta il suo dramma da adolescente emarginata, bullizzata, cacciata di casa. “Ora, aiuto le giovani come me, perché non voglio che soffrano come è capitato a me”

Con il tramonto, arriva il freddo. La gente si copre. Sale sul palco Mattia Santori e urla”ROMAAA!!!!” La risposta della piazza è talmente fragorosa, che sembra quella dei goal della nazionale. Tutti alzano le sagome delle sardine e ondeggiano i cartelli, un trionfo di artigianato politico, realizzato con carta, pennarelli, cartone da imballaggio.

“Oggi – esordisce – la grande notizia è che le Sardine non esistono. Anzi, non sono mai esistite. Perché nelle nostre piazze ci sono persone che credono che un ragionamento valga più di mille like” Elenca richieste esplicite ai politici, tutte convergenti verso il concetto di una politica più seria, con meno marketing e meno odio.

Vengono lette le altre piazze che si sono autoconvocate  in contemporanea in Italia e all’estero (persino a San Francisco) poi finisce tutto con un grande applauso e musica a palla.

Mentre, a fatica, cerco di lasciare San Giovanni, mi viene da chiedermi: e adesso? Poi mi tranquillizzo, pensando che l’entusiasmo della partecipazione è il miglior fertilizzante della democrazia. Forse non subito, ma qualcosa fiorirà.

Massimo Marnetto

La verità è alla base della riconciliazione. A 50 anni dalla strage di Piazza Fontana

13 dicembre 2019

 

E sulla strage di Piazza Fontana finalmente abbiamo udito le scuse del sindaco di Milano a chi è stato ucciso e perseguitato per nascondere i veri esecutori e mandanti dei morti. E le chiare parole d’accusa del Presidente Mattarella contro le deviazioni di falsi servitori dello Stato e il tradimento della democrazia. Ci sono voluti 50 anni per arrivare a questo processo di “giustizia riparativa”, che ricorda quella realizzata in Sud Africa dopo l’apartheid, dove le ferite dell’odio e dei massacri si sono curate chiamando le cose con il loro nome.

 

In Italia, invece, questa riparazione è spesso impedita dal segreto di Stato. Una coltre di omertà legale stesa per coprire responsabilità inconfessabili e persino cessioni di sovranità a favore di altri Stati, che hanno imposto il silenzio su azioni e collusioni consumate sul nostro suolo. Abbiamo bisogno di uscire presto dalla palude della menzogna; di guarire da questa malaria degli omissis. E la cura è una sola: verità.

 

Massimo Marnetto

“Mappe della disuguaglianza”

23 novembre 2019

Da Massimo Marnetto

Vado ad una discussione sul libro “Mappe della disuguaglianza” (K.Lelo, S.Monni, S.Tomassi, Ed. Donizelli – Postfazione Walter Tocci) con il docente di economia dello sviluppo Salvatore Monni e Walter Tocci, uno dei politici più intelligenti della sinistra. Lo sforzo di questo studio ragionato su Roma è far capire – attraverso mappe colorate da vari indicatori – la situazione della città nelle sue asimmetrie. “Abbiamo scelto le mappe – dice il prof. Monni – perché l’immagine è più potente di una descrizione, anche se non la sostituisce. Non abbiamo dovuto cercare chissà dove i dati, perché quelli ci sono, ma nessuno li elabora. Noi invece abbiamo trattato Roma come si fa con i paese in via di sviluppo, dove non ci si ferma al reddito pro-capite, ma scavando trovi una distribuzione scandalosa delle ricchezza, circoscritta a poche famiglie, mentre il resto della popolazione soffre una miseria stagnante”.

 

Nell’esposizione, mi colpisce non tanto la concentrazione di laureati in centro, ma la componente femminile dei (pochi) laureati nelle periferie. Il riscatto culturale è rosa, ma questo non sana la discriminazione di genere. “Una donna anche se laureata – spiega Manni – con il primo figlio viene spesso espulsa dalla possibilità di mantenere un lavoro già precario e se ce la fa a rientrare dopo lo svezzamento, viene demansionata. Con il secondo figlio e senza asili comunali a prezzi calmierati, resta a casa, perché una baby sitter costa più di quanto può guadagnare”.

 

Nella mappa della popolazione, lo svuotamento del centro è  un vero “buco” bianco di anziani, uffici e B&B, con colorazioni sempre più intese di residenti che aumentano andando verso le periferie. Che benché più abitate soffrono di di servizi più scarsi. Chiedo quanto l’abusivismo abbia complicato la situazione. “Molto – risponde il docente – perché se fai palazzi senza pensarli insieme ai servizi urbani di viabilità, scuole,  pubblica sicurezza ecc., poi hai un territorio sgranato e malservito”.

Chiedo se chi siede in Campidoglio conosca queste analisi e ne faccia uso. “Tranne poche eccezioni, non interessano. Eppure, abbiamo aperto alla consultazione le nostre ricerche sul sito mapperoma.info“.

 

Allora mi rivolgo a Tocci: “Perché questa decadenza della classe politica nazionale e locale?”. “Perché – risponde – si è rotto il raccordo tra intellettuali e popolo, che reggeva il vecchio PCI. Per noi giovani universitari (Tocci è laureato in Fisica e Filosofia) rappresentare gli ultimi, le periferie, i lavoratori significava studiare problemi e soluzioni, ascoltare chi li soffriva andando nelle borgate e poi fare sintesi in proposte di giustizia sociale”. Incalzo: “Ma mancano più gli ideali o la competenza?” Sorride, per la riluttanza a dare voti: “Forse entrambi. La selezione delle nuove classi dirigenti dovrebbe essere più accurata e partire dal volontariato civile. Nelle periferie ci sono esperienze di promozione sociale incredibili, ma se a questi comitati per il decoro, lotta alla povertà, auto-aiuto parli di partiti se ne vanno. Perché non hanno rappresentanza, né fiducia. Le periferie al massimo si frequentano in campagna elettorale, ma poi rimangono marginali per i decisori, anche se non voglio generalizzare”.

 

Siamo non molti, ma l’interesse per il tema ci fa dimenticare che abbiamo chi ci aspetta a cena. Monni ci ringrazia e non si scompone per il numero di presenti non proprio alto. “E’ normale – dice spegnendo il computer – quando si parla di disuguaglianze in periferia facciamo il pienone, con tanti giovani. In centro, ci si deve accontentare di chi è rimasto e ha ancora voglia di capire”.

 

 

“Il Cile s’è svegliato!”

26 ottobre 2019

“Il Cile s’è svegliato!”: a Piazza del Popolo è questo il grido dei cileni e degli italiani solidali, per manifestare contro la sanguinosa repressione del Governo Pinera. Ci sono bandiere cilene insieme a quella dell’antico popolo dei Mapuche. “Che vuol dire – mi spiega una ragazza che la indossa sulle spalle – “Popolo della Terra”. Sulla scalinata dell’obelisco c’è un gruppo che suona musica andina di lotta popolare, con chitarre e flauto di pan. Il sole è quasi estivo e scintilla nelle bolle di sapone che un giocoliere lancia in aria. “Stringo forte la mano – canta il cileno con codino che guida il gruppo, mentre una signora mi traduce  – e affonda l’aratro nella terra. Sono anni che la lavoro e mi sento sfinito” C’è il lenzuolo con scritto “El pueblo unido!”. Parla un studente per portare i saluti dei suoi compagni e lancia il presidio per giovedì davanti all’ambasciata cilena “Noi siamo vicini agli studenti cileni – scandisce nel microfono scadente – che vengono selvaggiamente bastonati e anche ammazzati. Sì, perché in Cile si è tornati a morire di polizia!” Tutti alzano pentole e cucchiai e battono all’impazzata mentre parte corale la canzone del “Comandante Che Guevara!”,  Parla anche il vignettista Vauro, un sindacalista, un anziano esule: “Noi che siamo partiti ai tempi di Pinochet – dice mentre la piazza si ferma – non pensavamo che dopo tanti anni si potesse tornare a quel terrore”. Arriva un messaggio in italiano da Sepulveda. “Hanno privatizzato l’acqua – si sente a stento dallo smartphone attaccato al microfono – la sanità, le scuole… lottiamo per stipendi umani, per la nostra dignità…grazie italiani, perché non ci avete mai abbandonato”. Riparte il pentolame di gioia. Riprende la musica con “El pueblo unido” Le donne si legano i capelli dal caldo. Intanto vedo che c’è molta più gente di quando sono arrivato. Mentre me ne vado, leggo un cartello alzato da una ragazza dai bei tratti andini “Ci avete tolto tutto… Anche la paura!”

Massimo Marnetto