Archive for dicembre 2019

Pulcinella a Piazza Navona

30 dicembre 2019

Da Massimo Marnetto

Nel periodo delle feste, vado sempre a Piazza Navona, per rivedermi lo spettacolo di burattini con Pulcinella. Per me, è un tuffo nella mia infanzia, perché se eravamo stati buoni, i nostri genitori la domenica ci portavano al Pincio, dove si esibiva una compagnia napoletana, che mi piaceva molto, perché quel dialetto aggiunge sapore alle storie.

Come arrivo nella splendida piazza, sento già le battute in napoletano diffondersi nel mercatino, che diventano sempre più nitide, man mano che mi avvicino, fino a mettermi nelle prime file tra i bambini, provocando qualche sguardo interdetto delle mamme. Pulcinella, con la sua voce nasale e partenopea, sta dicendo che si vuole fidanzare con Colombina, per poterla finalmente baciare. Lei è contenta (e noi che partecipiamo pure), ma vuole farsi bella e allora si allontana. Pulcinella, rivolto tutto da una parte, ci confida quanto è innamorato e che appena tornerà, la bacerà. Ma proprio in quel momento, senza farsi riconoscere entra la morte dall’altro lato e noi tutti a urlare: Non la baciare! Non è Colombina, è la morte!!!”

Una signora mi squadra per capire se oltre ad essere un deficiente, sia pure pericoloso. Sembra escluderlo. ma mi sento la sua coda dell’occhio addosso per tutto lo spettacolo. Intanto Pulcinella non ci vuole credere che c’è la morte, perché quella è furba e si mette sempre dal lato opposto rispetto a dove guarda. E’ un marasma, i bambini si sgolano: “Sta di là!!” “No, ora sta dall’altra parte!!!” “Attento, ti passa sempre dietro!!!” Finché Pulcinella, preso dall’ardore, scambia la morte per Colombina e la bacia. “Noooo!…” E’ un coro di sconforto di noi del pubblico. Molti bambini si coprono il viso con le mani. “Oh povero me, morirò!” si dispera Pulcinella, contorcendosi e sbattendo la testa di legno forte sulla ribaltina di legno. “Morirò proprio adesso che Colombina mi aveva detto di sì!!!” Ma poi arriva Colombina, lo bacia e torna felice (applausi). Lo so, ho 65 anni. Ma burattini e  marionette ancora m’incantano.

Da Massimo Marnetto “Sublimi anatomie” Palazzo delle Esposizioni- Roma

26 dicembre 2019

“Sublimi anatomie” (Palazzo delle Esposizioni) è una mostra dall’effetto sdoppiante. Le “ceroplastiche” sette-ottocentesche che riproducono corpi decorticati, sezionati, aperti mi ricordano quanto io – benché osservatore – sia una carcassa simile a quelle che sto osservando. Penso che dentro ai miei jeans si muovono gli stessi muscoli rossi della gamba riprodotti con una verosimiglianza incredibile, con vasi sanguigni bruni, che avvolgono candide ossa. Andando avanti nella sala mi colpisce la ceroplastica di un volto senza derma, con tutti i suoi muscoli, che sembrano tiranti per far sollevare il sipario della bocca, tirare le guance verso le orecchie per ridere, corrucciare le sopracciglia, aggrottare la fronte e di lato i potenti pistoni dei muscoli delle mascelle. La mano poi è sensazionale con il suo intrico di tendini: uno strumento di precisione ad altissima ingegneria.

La storia dell’anatomia procede con grande esitazione. C’è un senso di profanazione atavico, che preclude la dissezione di un corpo e ne protegge l’integrità per secoli, con specifici divieti. Che vengono aggirati da medici, ma poi soprattutto da artisti. Come nel Rinascimento, quando la spinta ad enfatizzare la fisicità delle masse corporee, spinge pittori e scultori a procurarsi cadaveri da aprire e studiare, per lo più tra i derelitti morti nelle carceri. La medicina ufficiale però non può battere queste vie illegali e così i ritrattisti entrano nelle sale mortuarie per disegnare le prime tavole anatomiche, a vantaggio dell’apprendimento medico. Il passo al tridimensionale è rapidissimo con le prodigiose  “ceroplastiche”, così accurate, che vengono ordinate dalle corti di Vienna e di altre nazioni. E lo stesso Napoleone ne rimane colpito.

Con i raggi X,  si entra finalmente in un corpo vivo. Nella riproduzione esposta della prima immagine – eseguita a New York a fine ‘800 – si vedono sagoma e ombre ossee di una donna, con ancora la sua collana indosso. All’uscita, mi sento frastornato da tanta esplicita materialità, che mi riguarda così intensamente. E mi sembra miracoloso che da ossa, muscoli e sangue, possa nascere il pensiero. Cerco di rinobilitarmi dopo il bagno di fisicità anatomica con questa riflessione. Ma non ci riesco più di tanto. E andando a casa, mi sento un manzo perplesso.

Massimo Marnetto

 

Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene fanno sperare

22 dicembre 2019

La società intossicata e l’antidoto al disfacimento

Marco Revelli sul Manifesto dell’8 dicembre 2019

Fermare la caduta. Se il Rapporto Censis fotografa un Paese in declino, le piazze piene di queste settimane esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica

Il declino della società, il suicidio della politica. Sono i due ingredienti di base del populismo di ultima generazione: quello che potremmo definire il turbopopulismo. Il Censis, con il suo ultimo Rapporto, nel certificarli, ha dato carne e sangue alle sensazioni desolate che quotidianamente ci affliggono nel guardarci intorno. E anche parole: «Furore», «Solitudine», «Incertezza», «Tradimento», «Ansia», «Sfiducia», quelli che sembrerebbero i lemmi di un discorso quasi terminale. È una fotografia pressoché perfetta dello stato d’animo del Paese. Ma è il filmato che vi sta dietro, la ricostruzione del percorso decennale con cui si è arrivati qui, la parte più interessante (e inquietante).

I commenti prevalenti si sono fermati ad alcune cifre di per sé impressionanti: quel 48% che desidera «un uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di Parlamento e elezioni»; quel 69% per cui il sentimento prevalente di fronte al futuro è l’incertezza; quel misero 13% a cui si sono ridotti gli «ottimisti»; quel 74% che nell’ultimo anno «si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso»…

Il Rapporto, però, aggiunge a tutto questo un racconto, che assomiglia molto a un brutto sogno, di quelli in cui sfuggiti a una minaccia se ne trova subito di fronte una peggiore, in una fuga senza fine: narra di come l’italiano medio sfuggito a fatica al «mulinello della crisi» nella sua fase più feroce, ha dovuto fronteggiare (e metabolizzare) «la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare» in deficit di sostenibilità introiettando l’ansia «di dover fare da soli» per far fronte a bisogni individuali e famigliari «non più coperti come in passato». E scoprendo da una parte che neppure i mezzi privati tradizionali, i Bot, il mattone, il risparmio affidato alla Banca come garante di futuro erano più sicuri, anzi diventavano essi stessi minaccia nel tempo in cui la corsa al benessere era finita e l’ascensore sociale aveva invertito la sua corsa, portando in basso ceto medio e classi lavoratrici.

Né tutto questo è bastato. Non è stato sufficiente dismettere i panni vecchi del precedente sistema sociale di mercato per indossare quelli casual dell’individualismo possessivo diventato dogma postmoderno, «contando solo sulle proprie forze», mettendo «in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro», imparando un’arte di arrangiarsi più di sopravvivenza che creativa e tuttavia per molti aspetti efficace («una formidabile espressione di resilienza opportunistica e mobile» è definita). Non è bastato perché dietro quella porta stretta li aspettava un’ultima beffa, il «Grande Tradimento» costituito dal più recente «attacco a freddo proprio contro quelle soluzioni individuali di vitale reazione – di Furore, si direbbe – alle avversità»: la scure fiscale agitata sulle teste della miriade di sopravviventi a fatica, la caccia al cash, fin nelle cassette di sicurezza, la guerra al «nero di sopravvivenza», la stigmatizzazione del contante…

E poi, per il lavoro dipendente, l’altra grande beffa: la bufala della ripresa dell’occupazione dopo la grande paura. I numeri ci dicono che a fronte di una stabilizzazione occupazionale formale, sulla carta, la realtà è fatta di riduzione netta del monte ore e di declassamento, moltiplicazione di part-time (cresciuti di 1,2 milioni, quasi tutti involontari), distruzione di reddito per i salari e di qualità per il lavoro («8 operai su 10 in Italia ricevono una remunerazione inferiore a quella che sarà presumibilmente il livello base della retribuzione stabilita per legge»).

A conti fatti, conclude il Rapporto, «l’input di lavoro si riduce di 959.000 unità e parallelamente il volume di ore effettivamente lavorate diminuisce di oltre 2,3 miliardi» (avete letto bene: miliardi!).

Si spiegano così, con questa Storia, alcuni dei dati più inquietanti: quel circa 75% di italiani che non nutrono «fiducia nei confronti degli altri», quasi uniformemente distribuiti lungo la piramide sociale (con solo un calo significativo per imprenditori e assimilati). Quel quasi 40% che prevede un futuro «peggiore» per i propri figli. Infine i dati relativi al rapporto con la politica, soprattutto se scomposti per classi sociali: il 48% che vorrebbe affidarsi all’«uomo forte», sale al 54% per i redditi bassi e al 67% per gli operai. I quali sono anche quelli che fanno segnare la percentuale maggiore per sfiducia nei partiti (81% contro una media del 76%), scontentezza nei confronti del funzionamento della democrazia (55% contro il 34% tra manager e quadri) e disinteresse per la discussione politica (solo il 17% «quando si incontra con altri» ne parla, contro il 23% per gli impiegati e il 38% per i manager). Si direbbe una inversione di centottanta gradi di quella che un tempo di chiamava «coscienza di classe» e che misura, in termini di soggettività quello che le statistiche sociali certificano in termini di materialità: la dimensione di una sconfitta storica del lavoro, ben descritta a suo tempo da Luciano Gallino in quel fondamentale libro che è La lotta di classe dopo la lotta di classe. Sconfitta del lavoro da cui – la storia del ‘900 lo dimostra – sono derivate le grandi vittorie della destra e le peggiori dittature della modernità. E che segna tuttora il perimetro dell’area sociale in cui pesca il consenso della Lega salviniana, versione weimariana dell’antico populismo regionale bossiano.

Per questo sono così importanti le piazze piene di queste settimane. E sono così deprecabili gli atteggiamenti di sospetto, diffidenza o distanza che parti, sia pur minoritarie, della sinistra coltivano. Sono importanti perché esprimono una controtendenza al disfacimento della società e al suicidio della politica, materializzando un corpo sociale che non si arrende alle patologie dell’asocialità. Reazioni di un sistema immunitario non ancora collassato. Non sono, certo, l’antidoto totale. Il farmaco in grado di debellare l’intossicazione che avvelena la politica a partire dalla società: per far questo occorrerebbe invertire il piano inclinato su cui sono scivolate le classi che stanno sulla base della piramide. E produrre un radicale cambio di paradigma, che a individualismo e solitudine sostituisca socialità e giustizia sociale. Ma sono paragonabili ai «muretti di pietra a secco» di cui parla il Censis. O a una sesta «piastra», oltre alle cinque che il Rapporto elenca (tenuta del manifatturiero, regioni forti, sensibilità al problema del clima, rimessa in circuito del risparmio, Europa) per frenare la discesa verso il basso (e l’abisso). Forse la piastra più forte, a guardare quelle folle fitte come sardine

 

 

 

Le sardine in Piazza San Giovanni, Roma, 14 dicembre,

15 dicembre 2019

Da Massimo Marnettto

Arrivo a San Giovanni un po’ prima delle 15,00. E faccio bene, perché in pochi minuti arriva l’alta marea di giovani con sardine, ma c’è anche una folta rappresentanza di capelli bianchi. “Dove siete stati finora?”, chiede con un sorriso un maturo signore a un gruppetto di giovani, mentre regge il cartello “Roma non abbocca!!!” “Noi in piazza ci andiamo – risponde l’adolescente con una sardina di carta fermata tra i capelli – ma non per i partiti. “Nei venerdì per l’ambiente – rinforza l’amica di colore in perfetto romano – ci siamo sempre andati”.

Cerco il palco, ma dopo un giro su me stesso non lo vedo. Chiedo. “Il palco siamo noi”, mi risponde un ragazzo, poi indica un camion “eccolo là”. C’è musica ritmata, ma sono ormai le 15,20 e non si vede ancora nessuno. I tempi morti tradiscono un po’ d’improvvisazione in un’organizzazione che comunque c’è. Inizia finalmente la presidente dell’Anpi, Carla Nespolo. Ricorda il valore della Costituzione, il prezzo anche della vita “di giovani come voi” che l’ha resa possibile. “La nostra Carta è antifascista!” urla scatenando un boato di applausi. Conclude invitando tutti alla memoria della Resistenza e alla resistenza della memoria. Scatta “Bella ciao” e la piazza è una sola voce. Nel cielo appare l’elicottero della Polizia. “Siamo più di 30 mila”, mi dice un vicino con aria esperta, “altrimenti non facevano il “verticale”.

Il medico Pietro Bàrtolo parla dell’umanità che ha visto e che si rifiuta di denigrare “Li chiamano “flussi”, ma quelle che ho visto io sono persone!” Un giovane attore legge un brano del suo libro, che parla di un uomo salvato e portato nell’ambulatorio di Lampedusa, in preda a spasmi di pianto irrefrenabili. “L’abbiamo dovuto sedare e quando si è calmato, mi ha raccontato che lui era l’unico che sapeva nuotare. Ha tenuto con una mano la moglie, con l’altra il figlio di tre anni, mentre il più piccolo di pochi mesi era su di lui. Ha nuotato a dorso, poi ha sentito che le forze erano finite e le onde erano sempre più alte. Ha dovuto scegliere chi lasciar morire, ma non si decideva. Poi ha iniziato a bere e ha lasciato il figlio di tre anni, sapendo che sarebbe morto. La sua disperazione è che dopo pochi minuti li hanno salvati. Bastava resistere ancora un po’, mi ripeteva intontito dal sedativo, e mio figlio ora sarebbe qui con me”. La piazza rimane muta di dolore. Mi commuovo, non sono il solo. Ma Bàrtolo ci scuote “Dobbiamo rimanere umani! E guardare ai problemi veri. Il dramma non è l’immigrazione, ma l’emigrazione dei nostri giovani! (applausi) Che se ne vanno per colpa nostra! Perché non sappiamo creare una società giusta e con lavoro vero, non precario! (applausi). Mentre saluta, passa un corteo di giovani africani in fila indiana, che taglia la folla pronunciando a ritmo: libertà!-libertà!

Poi parla Luce, una transessuale. E racconta il suo dramma da adolescente emarginata, bullizzata, cacciata di casa. “Ora, aiuto le giovani come me, perché non voglio che soffrano come è capitato a me”

Con il tramonto, arriva il freddo. La gente si copre. Sale sul palco Mattia Santori e urla”ROMAAA!!!!” La risposta della piazza è talmente fragorosa, che sembra quella dei goal della nazionale. Tutti alzano le sagome delle sardine e ondeggiano i cartelli, un trionfo di artigianato politico, realizzato con carta, pennarelli, cartone da imballaggio.

“Oggi – esordisce – la grande notizia è che le Sardine non esistono. Anzi, non sono mai esistite. Perché nelle nostre piazze ci sono persone che credono che un ragionamento valga più di mille like” Elenca richieste esplicite ai politici, tutte convergenti verso il concetto di una politica più seria, con meno marketing e meno odio.

Vengono lette le altre piazze che si sono autoconvocate  in contemporanea in Italia e all’estero (persino a San Francisco) poi finisce tutto con un grande applauso e musica a palla.

Mentre, a fatica, cerco di lasciare San Giovanni, mi viene da chiedermi: e adesso? Poi mi tranquillizzo, pensando che l’entusiasmo della partecipazione è il miglior fertilizzante della democrazia. Forse non subito, ma qualcosa fiorirà.

Massimo Marnetto

La verità è alla base della riconciliazione. A 50 anni dalla strage di Piazza Fontana

13 dicembre 2019

 

E sulla strage di Piazza Fontana finalmente abbiamo udito le scuse del sindaco di Milano a chi è stato ucciso e perseguitato per nascondere i veri esecutori e mandanti dei morti. E le chiare parole d’accusa del Presidente Mattarella contro le deviazioni di falsi servitori dello Stato e il tradimento della democrazia. Ci sono voluti 50 anni per arrivare a questo processo di “giustizia riparativa”, che ricorda quella realizzata in Sud Africa dopo l’apartheid, dove le ferite dell’odio e dei massacri si sono curate chiamando le cose con il loro nome.

 

In Italia, invece, questa riparazione è spesso impedita dal segreto di Stato. Una coltre di omertà legale stesa per coprire responsabilità inconfessabili e persino cessioni di sovranità a favore di altri Stati, che hanno imposto il silenzio su azioni e collusioni consumate sul nostro suolo. Abbiamo bisogno di uscire presto dalla palude della menzogna; di guarire da questa malaria degli omissis. E la cura è una sola: verità.

 

Massimo Marnetto