“Mondo perduto” al MAXXI di Roma – 17 Aprile 2019 – 30 Giugno 2019

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La figlia di Paolo Di Paolo sapeva che il padre aveva fatto il fotografo da giovane, ma quando è andata nella sua cantina per riordinarla ha trovato una miniera di negativi. Foto pubblicate su Il Mondo di Pannunzio, con cui lavorò fino alla chiusura del giornale, ma anche inedite. Una loro parte è esposta al MAXXI di Roma, nella mostra “Mondo perduto”.

 

 

Paolo Di Paolo. Mondo perduto

Ci sono immagini di dive, attori, politici, ma anche tanta “vita” di un’Itala che nel ’54 cominciava a superare l’emergenza del dopoguerra. Di Paolo quando scatto ha una tale  rapidità di riflessi che mi viene da definirlo il paparazzo degli anonimi. La prima foto è di bambini che giocano su Monte Mario ancora non edificato, in mezzo a un pratone che è la loro giungla, con  in lontananza il cupolone che sembra un sole di pietra al tramonto tra i palazzi dei nuovi quartieri.

Nel ’59, segue Pasolini per un servizio sulle vacanze estive degli italiani per il settimanale Tempo. Nasce il reportage “La lunga strada della sabbia”. La foto del Lido di Venezia mostra tutta la sensibilità del fotografo: mentre un’aspirante attrice prende il sole in bikini ad occhi chiusi, di fronte a lei si è disposta a semicerchio una folla silenziosa che le indirizza i suoi sguardi, uno diverso dall’altro. Le donne l’ammirano, gli uomini la desiderano, i bambini con la testa inclinata cercano di capire quale strano tipo di sirena sia. Notevole anche la leggerezza della foto con lo scugnizzo che osserva una giovanissima Sofia Loren mentre si trucca, che rimane imperturbabile nonostante l’insistente attenzione.

Nel mezzo degli anni ’60, la chiusura de Il Mondo è talmente un trauma per  Di Paolo, che decide di smettere di fotografare. Si ritira e riprende i suoi studi in filosofia e storia. Oggi, ancora vivente con i suoi 93 anni, parla di quegli anni in una sua bella video-confessione da un monitor, le uniche immagini a colori della mostra. Nelle sue parole c’è affetto, lampi di entusiasmo, mai malinconia. Forse l’unica vena di rimpianto che tradisce è per non aver fatto meglio e di più il suo lavoro. Mi sembra un sentimento eccessivo per Di Paolo, ma quando esco, vedo scritta su una parete delle scale una frase del critico Emilio Cecchi, che mi fa capire: “Il roseo compiacimento del proprio lavoro è esclusivo retaggio dei dilettanti”.

Massimo Marnetto

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