Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria domani, martedì 3 dicembre (Roma, Parlamento europeo), per fare il punto sulle riforme elettorali

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pubblicato su NOI DONNE

Roma / Se non è paritaria non è democrazia

‘Se non è paritaria non è democrazia. Le riforme delle leggi elettorali: europea, nazionale e regionali’ è il tema che sarà affrontato martedì 3 dicembre (Roma, sede Parlamento Europeo – Via IV novembre, 149 – Sala delle Bandiere dalle 15.00 alle 18.00) per iniziativa dell’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, accordo sottoscritto da 55 associazioni di donne e che da circa tre anni si occupa delle riforme elettorali allo scopo di incrementare la presenza delle donne nelle assemblee elettive. L’impegno di Rosanna Oliva – Presidente di Aspettare Stanca e tra le fondatrici di Rete per la Parità – per consentire l’accesso delle donne alla vita pubblica viene da lontano, considerato che il Suo ricorso alla Corte Costituzionale a seguito del diniego all’ammissione a un concorso pubblico per diventare prefetto aprì nel 1960 alle donne l’accesso alle alte cariche nel campo amministrativo e giuridico. A Oliva, tra le più assidue animatrici dell’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, abbiamo chiesto di illustrare le ragioni dell’incontro del 3 dicembre e di fare il punto sulle condizioni politiche in relazione ad una possibile riforma elettorale a livello nazionale, ma anche in vista delle prossime elezioni europee.
“Sulla riforma della legge elettorale per il Parlamento nazionale l’aspettativa è iniziata non appena la disastrosa riforma del 2006 fu approvata e portò, ad esempio, proprio alla fondazione dell’Associazione di donne Aspettare stanca. Avevamo seguito i lavori parlamentari anche per la richiesta di norme di garanzia e approfondito i nuovi meccanismi finalizzati ad accrescere il potere dei partiti rispetto alla scelta dei candidati ed a trasformare i rappresentanti in “nominati”.
L’aspettativa, vista l’incapacità in più legislature di arrivare ad una riforma, è sempre la stessa, e cioè che il Parlamento rispetti quanto tutte le forze politiche ora dichiarano, comprese quelle che vollero la riforma: “Mai più alle urne con il porcellum”. I tempi continuano a essere lunghi: l’ultima decisione della Prima Commissione Senato è stata il rinvio degli esami degli ordini del giorno alla seduta di oggi 2 dicembre – ore 20. A distanza di sette anni qualche passo avanti è stato fatto, tra le persone, anche quelle meno addentro alle vicende politiche, è cresciuta la consapevolezza dei danni che possono essere creati dagli strumenti elettorali, determinanti per la vita democratica e per le condizioni reali del Paese. Inoltre un gruppo di cittadini, capitanato dal nipote e omonimo dell’Onorevole Aldo Bozzi, è riuscito, dopo vari insuccessi (e non dimentichiamo anche il fallito referendum abrogativo), a portare l’attuale legge all’esame della Corte Costituzionale, che si riunirà proprio il 3 dicembre. I tempi per la decisione non possono essere brevi e in questo lasso di tempo potrebbe arrivare l’auspicata riforma, anche per le ulteriori pressioni del Presidente della Repubblica e per il ruolo che dovrebbe finalmente assumere al riguardo il Governo Letta”.

Quali sono, dunque, le vostre aspettative?
“Le aspettative dell’Accordo, all’interno della più vasta questione di cui sopra, sono che nel caso di un secco ritorno alla legge elettorale previgente, il cosiddetto ‘mattarellum’, il Parlamento approvi nello stesso tempo norme di garanzia di genere, che non cito qui, ma possono essere reperite nel documento sottoscritto dall’Accordo. Nel caso di una nuova legge, come risulta anche dai testi presentati dal PD e da altri, sembra abbastanza condiviso che si prevedano norme di garanzia di genere e che per le preferenze si applichi il criterio della doppia preferenza di genere inserita nella legge regionale della Regione Campania e ripresa nella legge 215 del 2012 per l’elezione dei consigli nei comuni con più di 5000 abitanti.

Invece sulla riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo?
È ancora più difficile immaginare che si arrivi a modificare l’attuale regolamentazione. Non c’è alcuna pressione dell’opinione pubblica. I mass media non se ne occupano, esistono delle proposte parlamentari, ma riguardano l’istituzione di nuove circoscrizioni elettorali per evitare l’eccessiva grandezza delle attuali, che comporta la possibilità per alcune regioni di non avere rappresentanti. Per quanto riguarda le norme di garanzia di genere sono venute meno quelle scadute, peraltro poco efficaci. Le donne italiane elette al Parlamento europeo sono diciotto su settantatre deputati, pari al 25%, una percentuale molto più bassa rispetto alla media di elette complessivamente in tutti i ventotto Paesi. L’Italia si colloca al 22esimo posto della classifica, seguita soltanto da Polonia, Repubblica Ceca e Malta, mentre Svezia e Finlandia hanno eletto più donne che uomini. Sette paesi europei usano le quote legali, mentre in altri la regolamentazione avviene all’interno degli stessi partiti. Solo recentemente (lo stampato è del 28 novembre), è stato presentato alla Camera l’ A.C. 1473 , sottoscritto da oltre 70 deputate e deputati, che , grazie all’impegno delle deputate Pia Locatelli del PSI, Marisa Nicchi di SEL e Enza Bruno Bossio del PD, propone che nella composizione delle liste nessuno dei due generi possa essere rappresentato per più dei due terzi, la riduzione a due preferenze e la doppia preferenza di genere. Nei comunicati diramati è stato anche precisato che di questa proposta si dovrà tener conto anche nella modifica della legge elettorale volta ad abolire il porcellum e ripristinare le preferenze.

Da ultimo le leggi elettorali per le elezioni dei Consigli regionali…
Su questo fronte il rammarico è che si sia dovuto rinunciare nella scorsa Legislatura, per le forti resistenze dei deputati uomini, a far approvare una norma quadro che, con l’integrazione della legge quadro nazionale sulle norme elettorali nazionali (Legge 2 luglio 2004, n. 165) garantisse il criterio delle pari opportunità in tutte le singole leggi che sono, va ricordato, di competenza dei singoli Consigli regionali. La norma era presente nella proposta presentata da Sesa Amici e fu stralciata durante i lavori presso la Prima Commissione Camera. Impossibile riepilogare le azioni compiute dall’Accordo per ottenere delle pronunce della Conferenza Stato regioni o da quella dei Presidenti regionali per esercitare pressioni sulle regioni che, ad eccezione della Regione Campania (nella quale vigono le norme di garanzia), rifiutano esplicitamente o rinviano a tempi biblici l’approvazione di tali norme.
Esemplare l’ultimo caso in ordine di tempo delle vicende in Sardegna. Purtroppo di fronte alle forti resistenze da parte dei consiglieri uomini, in stragrande maggioranza, quando non sono i soli, (vedi da ultimo il nuovo Consiglio regionale della Basilicata) l’unica soluzione probabilmente è collegata a uno o più ricorsi alla Corte Costituzionale. Anche questa strategia presenta grandi difficoltà, ma merita, a mio parere, di essere approfondita.
(02 Dicembre 2013)

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04987

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