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Adesione alla manifestazione La via maestra, Roma, 12 ottobre 2013

30 settembre 2013

Adesione alla manifestazione La via maestra, Roma,  12 ottobre 2013

La Repubblica siamo anche noi

 

La Repubblica siamo anche noi. Anzi, siamo innanzitutto noi donne: la maggioranza numerica anche nel corpo elettorale.

Eppure non è diffusa la visione di genere che consiste nel tenere sempre presente che l’umanità non è composta di “uomini”, ma di uomini e donne, lo Stato è delle cittadine e dei cittadini, a scuola ci sono alunne ed alunni, nell’università studentesse e studenti.

Siamo ancora come ai tempi della Rivoluzione francese, in cui Olympe De Gouges fu indotta a scrivere la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina ”, quando si rese conto che il grande, innovativo messaggio basato sulle tre parole chiave Liberté, Egalité, Fraternité, riguardava i cittadini di sesso maschile e i fratelli ignoravano le loro sorelle, che pure si erano battute al loro fianco per abbattere il regime oppressivo.

Non è neanche bastata la rivoluzione delle donne che, grazie al movimento femminista, nello scorso secolo ha eliminato, almeno nelle nuove democrazie occidentali, le norme sulle quali si basavano le discriminazioni e fatto approvare le leggi per il riconoscimento del diritto al voto, all’accesso alle cariche elettive, alla parità di retribuzione a parità di lavoro, sulla parità dei coniugi e dei genitori.

Non è bastato il grande movimento mondiale che ha visto le donne riunite nelle cinque conferenze mondiali di Città del Messico (1975), Copenaghen (1980), Nairobi (1985), Pechino (1995) e New York (2000) ed è approdato a Pechino più 10 nel 2005.

 

Non è bastato soprattutto in Italia:

 

– dove non si riesce neanche ad ottenere un uso non sessista della lingua, come chiedeva Alma Sabatini già nel 1987, dove ancora le madri coniugate non possono trasmettere a figlie e figli il loro cognome insieme con quello dei padri, come ormai avviene invece nella maggior parte del mondo, dove ancora le lavoratrici possono essere “dimissionate” a piacimento, grazie alle lettere di dimissioni  firmate all’atto dell’assunzione, dove la disparità nell’occupazione, nella retribuzioni e  nelle pensioni è la dimostrazione statistica della discriminazione, dove il taglio ai servizi rischia di aggravare il fenomeno della scarsa occupazione femminile;

– dove, grazie alla legge 12 luglio 2011, n. 120, sulle cosiddette quote rosa nei CDA, dovrebbe essere garantita la presenza delle donne, non solo a difesa del loro diritto e della meritocrazia, ma anche per assicurare la presenza dei due generi, accertato elemento benefico per le aziende;

– dove è da considerare un grande risultato il raggiungimento per la prima volta in Parlamento della soglia del 30%, quella che in Europa è ritenuta la percentuale minima per fare massa critica;

– dove, grazie alla legge 215 del 2012 che ha introdotto la doppia preferenza di genere adottata dalla Regione Campania e passata al vaglio della Corte Costituzionale, si è ottenuto il grande risultato del raddoppio delle donne nei consigli comunali, (nei 16 comuni capoluogo di provincia in cui si è votato nel 2013 le consigliere sono passate da 11,2% a 27,9 %- dati CISE), ma non si riesce a introdurre la doppia preferenza per l’elezione dei consigli regionali;

– dove non si riesce a diffondere la nomina di giunte paritarie e i sindaci ricorrono contro le sentenze che li obbligano a rispettare la parità dei generi;

– dove, nonostante la legge 215 abbia introdotto la “par condicio di genere”, ancora le italiane sono coperte da un burka mediatico;

– dove non preoccupa l’opinione pubblica, e tanto meno il mondo della politica, il trend in discesa del nostro Paese nella classifica mondiale del Gender Gap, stilata dal World Economic Forum, che vede l’Italia precipitare dal 74mo all’ottantesimo posto, e non è l’unico dato inquietante. Secondo il Global Gender Gap 2012 le italiane si trovano all’80mo posto su 135 Paesi, vivendo peggio persino delle donne del Ghana e del Bangladesh e perdendo sei posizioni rispetto al 2010 e al 2011. Il declino italiano è cronico: dal 67esimo posto del 2008, al 72esimo del 2009 e così continuando.[1];

 

ASPETTARE STANCA, associazione di promozione sociale, che dal 2006 si batte contro il porcellum e per leggi elettorali che garantiscano la democrazia paritaria, dopo aver aderito alla manifestazione “Non è cosa vostra”a Bologna del 2 giugno 2013, indetta da Libertà e Giustizia, aderisce e partecipa a quella del prossimo 12 ottobre.

 

 Condividiamo i contenuti del manifesto “La via maestra”, proprio in quanto donne, portatrici di istanze di rinnovamento verso una società più giusta, più solidale, in cui il rispetto della dignità della persona sia l’esigenza prioritaria.

 

Nelle nostre rivendicazioni siamo partite dalla Costituzione, i cui principi fondamentali, la cui attuazione deve essere la base di partenza per il rinnovamento di cui il Paese ha bisogno.

 

Con l’adesione e la partecipazione a La via maestra, intendiamo collaborare con le donne e gli uomini che, senza sterili conservatorismi, ma contrari a preoccupanti manomissioni della Carta costituzionale, hanno a cuore, come noi, le sorti della nostra democrazia.

 

Insieme per proseguire, rafforzare e accelerare l’operazione culturale e politica alla quale si dedica da anni il movimento delle donne, convinte che sia necessaria e utile per affrontare i nodi irrisolti e la possibile crisi irreparabile della nostra democrazia.

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Il lavoro della Commissione per le riforme e le norme per il riequilibrio di genere

18 settembre 2013

 

Grazie al professor Stefano Ceccanti abbiamo ricevuto nella stessa giornata di ieri  il testo varato dalla Commissione riforme.

Evidenziamo che nella parte dedicata alle riforme elettorali è data per scontata la “seconda preferenza di genere “ e la “garanzia del riequilibrio di genere” nel maggioritario.  

Sembra che questa importante novità, frutto di un lungo lavoro delle associazioni di donne e di alcune donne delle istituzioni, non compaia in nessuno dei numerosi commenti al frutto del lavoro dei cosiddetti “saggi ”, diffusi in queste ore in televisione, sulla stampa e sul web (affidati esclusivamente ad uomini, in spregio alla “par condicio di genere ”.

 Ecco la parte del doc che riguarda la legge elettorale per il Parlamento.

“Particolarmente coerente con l’ipotesi del governo parlamentare del primo ministro appare un sistema elettorale di carattere proporzionale con clausola di sbarramento rigorosamente selettiva (5%), con premio di maggioranza che porti al 55% dei seggi il partito o la coalizione vincente che abbia superato una determinata soglia. Per quanto concerne i meccanismi di selezione fra i diversi candidati, si può pensare o a un sistema basato su un voto di preferenza e una seconda preferenza “di genere”, ovvero, in alternativa, a un sistema che affianchi collegi uninominali  per la metà degli eletti e una lista di tre o quattro nomi per l’altra metà, con voto unico e con la garanzia del riequilibrio di genere. Secondo una opinione manifestata da più componenti della Commissione, la soglia per guadagnare il premio di maggioranza dovrebbe aggirarsi attorno al 40% dei seggi. Secondo altri la soglia dovrebbe essere più elevata, sino ad arrivare al 50%. Se al primo turno di votazione nessuna lista o coalizione di liste raggiunge la soglia per guadagnare il premio di maggioranza, si prevede un secondo turno di ballottaggio tra la prima e la seconda forza attribuendo a quella vincente il premio del 55% dei seggi.”

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