Una discutibile sentenza della Cassazione

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 La sentenza n. 25138 ha suscitato molte reazioni, anche sul WEB, per il riferimento al “carattere forte” della moglie che la Cassazione non ha ritenuto sia stata vittima del reato di maltrattamenti previsto dall’articolo 572 del Codice Penale. (1) La notizia della decisione della Cassazione è stata largamente diffusa da TV e organi di stampa, anche online, come da Repubblica e Il Messaggero. (2) Bisogna però, in questo caso, come in altri analoghi, andare oltre alle reazioni immediate, necessariamente brevi commenti basati su notizie giornalistiche. E’ necessaria la lettura dell’intero testo e dei precedenti della sentenza e l’elaborazione di proposte che accompagnino le proteste. Se ci si limita alla critica è sicuro solo l’effetto boomerang: si amplia il numero delle persone che non hanno fiducia nella giustizia e si va sempre più verso un atteggiamento generalizzato di sfiducia nel sistema delle regole dell’intero sistema democratico. In questo caso si allarga il numero, già altissimo, delle donne che non presentano neanche querela o denuncia e di quelle, come la donna coinvolta nella vicenda oggetto della sentenza, che ritirano la querela. Al contrario, e proprio in questi giorni a proposito del tragico episodio che ha visto un uomo uccidere in poche ore due sue “ex”, il consiglio alle donne è quello di denunciare. La critica è legittima, ma bisogna andare a fondo, bisogna chiedersi se, oltre alla responsabilità dei giudici che abbiano eventualmente applicato in maniera distorta la legge, occorra anche modificare la legge. Sembra proprio che sia da modificare l’articolo 572 del Codice penale, e che si preveda un Piano d’Azione contro la violenza come proposto nella precedente legislatura dall’allora ministra per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini e come dalla stessa ribadito nell’attuale legislatura.  Il Disegno di Legge Governativo n. 2169, con l’articolo 10 (Maltrattamenti contro familiari e conviventi) interveniva sull’articolo 572 del codice penale, portando, tra l’altro, la pena dagli attuali cinque anni di reclusione di massimo (e uno di minimo) a sei anni di massimo (e due di minimo). Prima conseguenza è che diventerebbero possibili, sempre che nel frattempo non vengano diversamente regolate, le intercettazioni telefoniche (essendo superata la soglia di cinque anni); seconda conseguenza è che è più facile che la pena finale superi i due anni di reclusione, e ciò ha rilevanza sia in sede di giudizio ai fini della concessione della sospensione condizionale e del patteggiamento ordinario, sia in sede cautelare ai fini della emissione di ordinanza applicativa di misura di custodia. Un’altra modifica era la espressa estensione dell’ambito di applicazione della norma anche ai maltrattamenti in danno di conviventi, già riconosciuta, peraltro, da una sentenza della Cassazione. Ma non basta, con la sua proposta il Governo Prodi prevedeva un Piano di azione che, oltre ad adeguamenti legislativi doveva essere sostenuto da fondi in crescendo, dotato di un osservatorio permanente, di numeri verdi, di un coordinamento tra ministeri. Tra operatori della giustizia, della sanità, enti locali, forze dell’ordine. Di risorse per associazioni e centri antiviolenza. Quando una donna arriva a un pronto soccorso, dai carabinieri, dalla polizia, quando deve denunciare, e dopo, nel lungo percorso che l’aspetta, sarà capita, tutelata, aiutata? Tutte domande alle quali l’attuale Governo e l’attuale Parlamento, ai quali va riconosciuto di aver introdotto il reato di stalking, non hanno ancora dato un’organica risposta. Cosa fare, cosa sperare? Impegnarsi nelle associazioni (in questo periodo molte sono impegnate contro la violenza, come l’UDI), fare rete, scambiare notizie, osservazioni, opinioni, e creare sinergie tra chi ha esperienza e conoscenza del passato, per averlo vissuto, e chi porta energie giovani e capacità di indignarsi, proprio come suggerisce Lorella Zanardo. (vedi in http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=3178 ).

1 Art. 572 Codice Penale “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente [ossia l’abuso dei mezzi di correzione o disciplina], maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro anni a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.”

 2. http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=109119&sez=HOME_INITALIA Le mogli che hanno un carattere «forte» e che non si lasciano «intimorire» dal clima di intimidazione, comprensivo di percosse, al quale le sottopone il marito corrono il rischio di vedere assolto il coniuge dal reato di maltrattamenti proprio per via della fermezza della loro forza d’animo. La Cassazione, infatti, ha annullato la condanna a 8 mesi di reclusione nei confronti di un marito accusato di aver maltrattato la moglie per tre anni. Dinanzi alla Suprema Corte il marito aggressivo ha sostenuto con successo che non si trattava di maltrattamenti in quanto la moglie «non era per nulla intimorita» dal comportamento del coniuge ma solo «scossa, esasperata, molto carica emotivamente». La Cassazione, infatti – nonostante il parere contrario espresso dalla Procura dello stesso Palazzaccio – ha annullato la condanna a 8 mesi di reclusione nei confronti di un marito, giudicato colpevole sia in primo che in secondo grado per aver maltrattato la moglie per tre anni. Numerose le prese di posizione – di parlamentari donna e associazioni contro le violenze sulle donne – assai critiche su questo verdetto. In particolare, dinanzi alla Suprema Corte il marito aggressivo, residente a Livigno (Sondrio), ha sostenuto con successo che non si trattava di maltrattamenti in quanto la moglie «non era per nulla intimorita» dal suo comportamento ma solo «scossa, esasperata, molto carica emotivamente». Sandro F. (45 anni) era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Sondrio, nel settembre 2005, e poi dalla Corte d’appello di Milano, nell’ottobre 2007. Ad avviso dei magistrati di secondo grado «la responsabilità dell’imputato era provata sulla base di sue stesse ammissioni, anche se parziali, e sulla testimonianza di medici, conoscenti e certificati medici, da cui si ricava una condotta abituale di sopraffazioni, violenze e offese umilianti, lesive della integrità fisica e morale» della moglie, Roberta B., sottoposta a «continue ingiurie, minacce e percosse». In Cassazione Sandro F. ha sostenuto che non era stata ben considerata la circostanza che sua moglie «per ammissione della stessa di carattere forte, non fosse intimorita dalla condotta del marito». In sostanza secondo l’uomo i giudici avevano «scambiato per sopraffazione esercitata dall’imputato» quello che era solo «un clima di tensione fra coniugi». La Cassazione – con la sentenza 25138 – ha dato ragione all’uomo dicendo che non si può considerare come «condotta vessatoria» l’atteggiamento aggressivo non caratterizzato da «abitualità». I fatti «incriminati» in questa vicenda – prosegue la Cassazione – «appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di tre anni (per i quali la moglie ha rimesso la querela), che non rendono di per sè integrato il connotato di abitualità della condotta di sopraffazione» necessaria alla configurazione del reato di maltrattamenti. «Tanto più che – conclude la Cassazione – la condizione psicologica di Roberta B. per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella di una persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente». In conclusione: la condanna è stata annullata «perchè il fatto non sussiste». «Ancora una volta una sentenza della Cassazione riporta al buio medioevo la condizione delle donne. È inaudito – ha detto Alessandra Mussolini del Pdl – che non costituisca reato maltrattare una donna che si dimostri forte e non intimorita. Queste sentenze hanno il solo effetto di vanificare le leggi che faticosamente il Parlamento vara per garantire il rispetto del genere femminile». Per Rosy Bindi del Pd questo verdetto dimostra che «il maschilismo è duro a morire nella società come nelle aule dei tribunali e a maggior ragione dobbiamo continuare a difendere con la cultura della parità, con buone leggi e vere politiche di uguaglianza la dignità e i diritti delle donne». Secondo Barbara Saltamartini, responsabile del Pdl per le Pari Opportunità, «in un momento in cui la violenza sulle donne, soprattutto quella familiare, continua a riempire le cronache dei giornali, credo che un messaggio del genere possa risultare devastante, soprattutto per le vittime». Sconcerto è stato espresso anche dal Telefono Rosa: «è una vergogna – ha detto la presidente Gabriella Moscatelli -: ci aspettiamo da tutti i nostri parlamentari uomini, dai Ministri e dal Presidente del Consiglio una presa di posizione pubblica su una sentenza così grave».

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4 Risposte to “Una discutibile sentenza della Cassazione”

  1. aspettarestanca Says:

    Trascrivo un commento che ci è arrivato per altra via:
    Donne penalizzate perchè persone libere di agire secondo la propria coscienza e capaci di non far coartare la propria volonta.
    Molte vittime di violenza hanno queste caratteristiche.
    Non è accettabile che siano anche penalizate dalle sentenze, che si imposti la valutazione di comportamenti che possono configurarsi come reato sulla base delle caratteristiche della vittima e senza contestualizzare l’accaduto. L’intenzione e la motivazione devono rimanere prevalenti. E’ l’imputato e non la vittima che deve essere giudicato. Siamo ancora come ai primi processi per stupro?

  2. aspettarestanca Says:

    Non è stato pubblicato perchè il commento n. 62 sul blog il corpo delle donne non compare, come non compare più quello di aspettare stanca che dava i riferimenti esatti per l’articolo sui commenti alla sentenza della Cassazione

  3. Silvia Says:

    Il fatto è che spesso le donne, anche se umiliate e picchiate per anni, nel timore di ulteriori violenze e ritorsioni, illudendosi di non peggiorare la situazione, RITIRANO la querela.

    • aspettarestanca Says:

      E’ vero, forse bisognerebbe introdurre la irrevocabilità della querela anche per le violenze intrafamiliari, come già il codice penale prevede in caso di violenza sessuale e in alcuni casi si procede d’ufficio ( vedi art 609 septies del Codice Penale). i.
      Art. 609-septies.
      Querela di parte.
      I delitti previsti dagli articoli 609-bis (*violenza sessuale), 609-ter (*violenza sessuale aggravata) e 609-quater (*violenza sessuale su minorenni) sono punibili a querela della persona offesa.
      Salvo quanto previsto dall’articolo 597, terzo comma, il termine per la proposizione della querela è di sei mesi.
      La querela proposta è irrevocabile.
      Si procede tuttavia d’ufficio:
      1) se il fatto di cui all’articolo 609-bis è commesso nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni diciotto; (1)
      2) se il fatto è commesso dall’ascendente, dal genitore, anche adottivo, o dal di lui convivente, dal tutore ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia o che abbia con esso una relazione di convivenza; (2)
      3) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle proprie funzioni;
      4) se il fatto è connesso con un altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio;
      5) se il fatto è commesso nell’ipotesi di cui all’articolo 609-quater, ultimo comma. (*minore di anni dieci)
      * nota del redattore
      (1) La parola: “quattordici” è stata così sostituita dall’art. 7, comma 1, lett. a), della L. 6 febbraio 2006, n. 38
      (2) Numero così sostituito dall’art. 7, comma 1, lett. b) della L. 6 febbraio 2006, n. 38

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